“Middlesex” di Jeffrey Eugenides – recensione di Alessandro Vigliani

“Middlesex” di Jeffrey Eugenides – recensione di Alessandro Vigliani

Set 17, 2011

Calliope è una mia amica, una ragazza, anzi no, un ragazzo, anzi no, che di cognome fa Stephanides.
Calliope è una ragazza, anzi no, che poi per un periodo s’è fatta chiamare Callie, poi Cal, ed è una rara specie di ermafrodito che ha vissuto i primi anni della sua vita come una bambina prima di scoprire la sua doppia natura.

Middlesex (Mondadori) è il secondo libro di Jeffrey Eugenides, scrittore americano di chiara origine greca premio Pulizer nel 2003, dopo “Le Vergini Suicide” da cui la figlia di Coppola ha tratto un ben poco fortunato film che non rende giustizia al libro.

E Middlesex è la storia per l’appunto di Calliope, l’ermafrodito di cui sopra, e della sua strana storia sessuale frutto di un gene che ha attraversato tre generazioni per manifestarsi nel corpo di Callie, o meglio di Cal.

La scrittura di Eugenides è brillante, simpatica, divertente.

L’autore, di sicuro uno dei successori di Roth e Nabokov, ci sa guidare con maestria attraverso la storia di tutta la famiglia di Callie, addentrandosi in tematiche non certo facili, spesso perniciose, con disinvoltura estrema.

Middlesex è un libro sulla libertà di essere, perché Calliope viene cresciuta come una donna, ma è la voglia di scoprire la sua reale natura che la porta a diventare Callie e infine Cal e quindi a essere finalmente libera nel momento in cui i suoi genitori, i dottori, gli amici, avrebbero voluto trasformarla in un mostro, in qualcosa da studiare, in una divinità, o ancora in una semplice perversione sessuale tutta da scoprire.

Middlesex è il trionfo della volontà e ancor più azzeccata è la copertina che, nella versione italiana firmata Mondadori, vede una bambina “modellare” un cuore con un martello.

Da qui, se non l’avete letto, mi permetto di segnalarvi l’introduzione del manoscritto, di sicuro geniale come tutto il libro.

“Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan.
Non è impossibile che un lettore specializzato abbia letto notizie sul mio conto nello studio del dottor Peter Luce, Genderldentity in 5-Alpha-Reductase Pseudohermaphrodites pubblicato nel 1975 dal “Journal of Pediatric Endocrinology”. Oppure potreste aver visto la mia fotografia pubblicata nel capitolo sedici di Genetics and Heredity, un testo ormai tristemente obsoleto.
Sono io la ragazza nuda in piedi accanto a un’asta graduata per misurare l’altezza a pagina 578, gli occhi nascosti da una striscia nera.

All’anagrafe sono registrata come Calliope Helen Stephanides. Nella mia patente di guida più recente (rilasciata dalla Repubblica Federale Tedesca) il mio nome è Cal. Sono un’ex giocatrice di hockey su prato, da sempre membro della Fondazione per la protezione dei trichechi, sporadico frequentatore delle messe officiate secondo la liturgia greco-ortodossa e, per gran parte della mia vita adulta, dipendente del Dipartimento di Stato americano. Sono stato, come Tiresia, prima una cosa e poi l’altra.
Schernita dalle compagne di classe, trattata come una cavia dai medici, palpata dagli specialisti e studiata dagli esperti della March of Dimes.
Una ragazza con i capelli rossi di Grosse Pointe si innamorò di me, non sapendo cosa fossi.”

 

Written by Alessandro Vigliani

 

Fonte:

Sito Alessandro Vigliani

 

 

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