Intervista di Claudia Aru a Daniele Atzeni ed al suo documentario "Racconti dal sottosuolo"

Il 31 agosto 2011 si è chiuso un progetto, “Estate Doc” che ha accompagnato Villacidro in tre serate di cinema documentaristico e discorsivo sociale. Tre appuntamenti che hanno visto tre registi (Paolo Carboni, Peter Joseph e Daniele Atzeni) raccontare se stessi attraverso il loro lavoro nel collettivo, nell’ambientale e nel portare la conoscenza con la parola, come si faceva prima dell’avvento della tecnologia: la tradizione orale sposata con immagini che mostrano il territorio e le realtà oggi presenti in Sardegna.

L’organizzatrice, Claudia Aru, ha intervistato Daniele Atzeni, protagonista della serata di mercoledì 31 agosto.

Daniele Atzeni è nato a Iglesias nel 1973. Nel 1999 consegue il diploma in regia alla NUCT di Roma. Dopo alcune esperienze come aiuto regista e assistente di produzione in cortometraggi e produzioni televisive, si dedica alla realizzazione di documentari, prestando particolare attenzione al mondo del lavoro e alle problematiche a esso connesse. Lavora anche come operatore di ripresa e montatore e insegna cinema negli istituti superiori e nei corsi di formazione. Nel 2009 ha fondato la casa di produzione Araj Film. I suoi lavori più importanti sono  Il Sesto Passo,   doc Sole Nero,  doc La Leggenda dei Santi Pescatori,  doc Racconti dal Sottosuolo.

 

C.A.: Perchè hai deciso di realizzare “Racconti dal sottosuolo”?

Daniele Atzeni: Nel 2001 la scuola di cinema che avevo frequentato a Roma si era resa disponibile a mettermi a disposizione le risorse per realizzare un documentario. Decisi di raccontare una realtà alla quale mi sentivo profondamente legato, anche se di miniera conoscevo ben poco. Realizzando il documentario avrei potuto capire qualcosa di più su una cultura che nel territorio dal quale provengo affonda radici profonde e al contempo avrei potuto contribuire alla salvaguardia della memoria storica del lavoro in miniera.

C.A.: Nascere e crescere nel Sulcis ti ha lasciato un’impronta particolare? Se si, ce la spieghi?

Daniele Atzeni: Sicuramente sono orgoglioso di provenire da un territorio che ha rappresentato l’avanguardia delle lotte operaie, ma questo senso di appartenenza è nato in me solo dopo aver realizzato il documentario.

C.A.: Quali strascichi ha lasciato la tradizione mineraria nella tua comunità?

Daniele Atzeni: Dal punto di vista politico nessuno, dal punto di vista culturale un enorme bagaglio di conoscenze che sta andando perduto.

C.A.: Come pensi che vada affrontato oggi il problema dell’inquinamento minerario e delle strutture abbandonate?

Daniele Atzeni: Bisognerebbe trasformare il problema in un’opportunità di sviluppo. Credo sia necessario formare operai specializzati e reperire i fondi per procedere alle bonifiche. Se ci fosse la volontà politica di fare questo per il bene del territorio e non per alimentare il solito sistema clientelare attraverso il quale troppo spesso vengono gestiti i fondi pubblici, potrebbero innescarsi interessanti prospettive per il futuro.

 

 

C.A.: Quali responsabilità hanno, secondo te, la sinistra e i sindacati nel fallimento del sistema minerario e industriale in Sardegna?

Daniele Atzeni: Il sistema minerario è fallito perché per le società minerarie non era più conveniente coltivare i filoni delle nostre miniere, poiché i costi di estrazione erano diventati altissimi. A quel punto in alcune realtà è subentrato lo Stato che ha mantenuto ancora per qualche tempo in vita le miniere prima della chiusura definitiva. Poi c’è stata la fase della riconversione, dove diciamo che per convenienza politica troppo spesso sinistra e sindacati hanno dato il loro benestare a iniziative imprenditoriali attuate con fondi pubblici che puntualmente si sono dimostrate fallimentari. Il sistema industriale invece è fallito ancor prima di nascere, poiché ha visto la luce solamente grazie ai fondi del Piano di Rinascita, che lo Stato e la Regione Sardegna, soprattutto tramite la Democrazia Cristiana, hanno elargito agli industriali del continente per costruire impianti che non avevano motivo di esistere, poiché non erano inseriti in un sistema di filiera che avrebbe permesso lo sviluppo dell’attività. L’importante per avventurieri e capitani d’industria d’oltremare era accaparrarsi finanziamenti e costruire impianti, anche se in molti casi questi non entravano neppure in marcia. Sono nate così le famose “cattedrali nel deserto”, in cui i sindacati ancora oggi si recano ostinatamente a pregare, non capendo o facendo finta di non capire che l’industria pesante in Sardegna è un capitolo chiuso, pronto a riaprirsi solo a fronte di nuove pubbliche elargizioni a sistemi industriali vecchi e desueti, seppure ridipinti di verde. In tutto questo la sinistra non può avere colpe, perché nel frattempo si è estinta.

Intervista pubblicata in originale nel blog personale di Claudia Aru: “Sa Matriota Sarda”:

http://matriota.blogspot.com/2011/08/racconti-dal-sottosuolo-un-documentario.html

 Programma “Estate Doc 2011”:

http://oubliettemagazine.com/2011/07/12/estate-doc-rassegna-cinematografica-dal-3-agosto-2011-villacidro-vs/

– Foto della serata Villacidro.info

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