Intervista di Carina Spurio ad Azzurra Marcozzi ed al suo "Prima donna"

Intervista di Carina Spurio ad Azzurra Marcozzi ed al suo "Prima donna"

Ago 2, 2011

Azzurra Marcozzi
Prima Donna
Edizioni Evoè, 2011
Intervista di Carina Spurio

 

C.S.: “Prima Donna”, Edizioni Evoè è il titolo della tua prima raccolta poetica, comprende 42 poesie e l’introduzione a cura del Dott. Sandro Galantini, storico e giornalista giuliese. Il sacro fuoco della poesia è nato quando per Azzurra Marcozzi?

Azzurra Marcozzi: Credo, in verità, che mi appartenga da sempre. Non potrei mai definirmi poetessa, semmai un’osservatrice attenta e sensibile del sogno e della realtà. La poesia è un attimo, è fulminea ed inesorabile. Arriva senza fremiti e non lascia esiti. Se non quelli soddisfacenti.

 

C.S.: Ci illustri la copertina del libro?

Azzurra Marcozzi: La pittrice e scultrice Maria Luisa Falanga, amica e seguace dell’arte, mi ha omaggiato con un suo disegno in inchiostro di china. L’immagine della copertina raffigura Maya, la divinità dei sogni e delle astrazioni ultraterrene. Credo che mai nessun ritratto sarebbe stato più azzeccato per me, appesa perennemente tra immagini iper sensoriali, immaginifiche e quotidiano. Per me che faccio davvero immensa fatica a rimanere perennemente con i piedi per terra. E a vivere di materiale.

 

C.S.: Nei “ringraziamenti” a pag.51 scrivi: “Mi sono arresa lo ammetto. L’ho fatto come unica scia di salvezza ancora possibile. Ho ceduto tutta me alla parola. Le ho permesso di scavare voracemente ed ha trovato quel che voleva.” …

Azzurra Marcozzi: La parola è libera e vorace appunto. Ti arriva alle spalle e ti come procedere. Io non avevo mai scritto poesie prima di due anni fa. Non sono una di quelle giovani scrittrici che cura questo genere da anni. Quindi, a maggior ragione, tutte le composizioni nascono come conseguenze di un istinto irrefrenabile di dare forma e spazio a idee e visioni mentali. Buttandoci, qua e là, un pizzico di esperienze vissute e di voluttà.

 

C.S.: Con il sole allo zenit, nel bel mezzo di agosto, nasci a Giulianova: “[…] bella e compatta, imperfetta come l’acqua e pura, […] meravigliosa e testarda, estimata musa di infausta delizia a chi rimane nel grembo.”da “Giulia”. Che rapporto hai con la tua terra?

Azzurra Marcozzi: Viscerale, amorevole ed incantato. Sono anta qui e sono più che certa che non la lascerò mai. Sento che, tra i suoi mille pregi e difetti, Giulianova, con il passare degli anni, diventa parte della mia concezione di famiglia. Dai grandi autori ai piccoli pensatori, la terra che ci ha dato i natali è stata sempre spunto di creatività. C’è tanto da cambiare nella mentalità della gente di questa mia “Piccola Città” ma in fondo anche questo fa parte del gioco.

 

C.S.: “Adoriamo la carne e tutto ciò che ha odore umano, non dei valori di ognuno, ma della carnalità di tutti, fingendo di sperare in un traguardo migliore, lottiamo pur mantenendo i nostri ruoli.” da Modernità …

Azzurra Marcozzi: Questa poesia la sento “carnalmente” mia. Vuol essere un manifesto di opulenza, odori e menzogne umane. Si parla di egocentrismo smisurato, di iper individualismo, di perdita di valori, ma soprattutto di indifferenza e di impotenza. Credo siamo malati soprattutto di impotenza. Di fronte a ciò che non possiamo cambiare, cambiamo noi stessi. Questa, insieme alla sopra citata indifferenza, è il temibile morbo che affligge i più.

 

C.S.: Commenta questo tuo verso: “non c’è punizione per lavare il tuo peccato, perché senza fine regni nel profondo umano.” da “Invidia”…

Azzurra Marcozzi: L’invidia, appunto, è il sentimento autodistruttivo per eccellenza. Divora chi lo prova. Probabilmente è il più antico e non esiste rimedio alla sindrome dell’invidioso. Se non il male assoluto della persona invidiata. E’ un sentimento senza storia perché nasce insieme all’umanità e in circostanze non narrate.

 

C.S.: Cosa vorresti dire ai lettori di “Prima Donna”?

Azzurra Marcozzi: Lasciatevi trasportare dai suoni e dalla fantasia. Senza soffermarvi su spiegazioni e sulle parole. Lasciate che sia la cerchia delle parole a portarvi a zonzo. Assaporatemi non leggetemi.

 

C.S.: Tra autori affermati, autori emergenti e altri che si affacciano al mondo della poesia, quanto ti hanno dato i poeti affermati e quanto quelli emergenti?

Azzurra Marcozzi: Sono fortunata. Gli studi che ho scelto mi hanno dato la possibilità di soffermarmi sui poeti “laureati” italiani ed internazionali. Mentre il mio lavoro mi ha fatto scoprire molti emergenti. Beh, posso dire che la poesia è viva come non mai. Lo è nelle coscienze e nelle aspettative di chi scrive. Che poi si parla di aspettative dell’anima e non di altro. Sono felice nel vedere che è ancora ricco il panorama di giovanissimi scrittori come me. Io sono una che rubacchia. Nel senso che, di nascosto, prendo un po’ della personalità dell’uno e un po’ dell’altro. Da altro canto credo che l’uomo sia fatto delle persona che incontra nella propria vita. Un pezzettino qui ed uno là.

 

C.S.: Che libro stai leggendo?

Azzurra Marcozzi: La domanda più ardua che mi abbiano mai fatto. Perché, solitamente, ne leggo quattro o cinque in contemporanea. Mi piace mischiare i generi e le scelte. Attualmente sono alle prese con un saggio di Gianrico Carofiglio “La manomissione delle Parole”, con il best seller “La Biblioteca dei morti” di Cooper Glen e tre libri di autori abruzzesi, ossia “L’amore perfetto” di Marcello Perpetuini, “Mosaico” di Danilo Scastiglia e “Giulianova e la civiltà balneare” dello storico ed amico Sandro Galantini.

 

C.S.: Da bambina immaginavi di diventare poetessa?

Azzurra Marcozzi: Mah, come tutti i bimbi avevo le idee ben chiare. Scrivere mi è sempre piaciuto così come usare l’immaginazione. Ero una di quelle bambine un po’ solitarie, giocare da sola mi piaceva di più. Costruivo storie e personaggi, la scenografia dei miei giochi. Ricordo che, intorno ai sei anni, dicevo che volevo fare la maestra e di rientro da scuola, allestivo in sala da pranzo, una specie di classe. Correggevo compiti e tenevo lezioni. Poi, per un periodo, i parenti mi vedevano attrice. Capitava spesso che, dalla mia cameretta, i miei genitori mi sentissero ridere e piangere, alzare la voce camminando per la stanza. Allora, mia nonna correva preoccupata per capire cosa stesse accadendo. Accadeva che io immaginavo di essere un clown, oppure un’ eroina, oppure una fata ed altri personaggi immaginari e in base ai loro stati d’animo, piangevo e ridevo davvero. I miei all’inizio si erano preoccupati non poco di quelle lacrime e risa ingiustificate. Accadeva anche che, se non potevo vincere un capriccio, passassi di fronte alla camera di mamma e papà con un fazzoletto bianco di stoffa in mano, piangendo, affinché si muovessero a compassione. Insomma a casa tutti mi chiamavano “Emma Drammatica”.

 

C.S.: Scrivi di getto o ti prendi delle pause e poi riprendi ?

Azzurra Marcozzi: Senza dubbio di getto. Capita di rado mi fermi a pensare. Mi faccio aiutare da matita e tastiera e vado come un fuso.

 

C.S.: A chi dedichi la tua creatività ?

Azzurra Marcozzi: La dedico alla mia famiglia e ai tanti amici artisti che ho. La dedico agli amori che ho vissuto, ma soprattutto ai giuliesi di talento. Ai tanti che ho incontrato e a quelli che sono ancora lungo la strada.

 

C.S.: Sei la voce storica di “Radio G Giulianova” (emittente di famiglia) dall’età di 13 anni. La radio è un mezzo tanto diffuso quanto trascurato. Cosa è stata la radio per te in questi anni?

Azzurra Marcozzi: La radio è la passione e il lavoro della mia vita. La passione non puoi scegliertela, quella ti coglie impreparata. Il lavoro, se sei fortunato, sì. Beh per me coincidono splendidamente. Sicuramente è stato un tramite di crescita professionale e personale. Mi aiutato ad aprirmi al mondo senza indugi. La radio è tutta la mia vita. E’ l’habitat naturale in cui mi muovo con libertà.

 

C.S.: Quali sono i tuoi sogni?

Azzurra Marcozzi: Un poetessa del nostro secolo che io adoro, Alda Merini, diceva che “Il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni”. Io nel mio perenne sognare mi sento libera, mi sento io. Certo poi tornare a galleggiare sulla terra ferma è frustrazione pura. L’importante è che, tra quei sogni, due o tre possano accompagnarti passo passo nel il tuo cammino verso il completamento della tua vita. Sogno di fare di me una persona migliore giorno dopo giorno, sogno l’amore in tutta la sua purezza, sogno di mantenere la mia libertà interiore. Sogno e spero di non perdere mai la fantasia.

 

C.S.: Tornando indietro c’è qualcosa che non rifaresti?

Azzurra Marcozzi: Che il rimpianto non mi abbia mai. È questo il mio imperativo. Non mi rimprovero nulla. Tutto ciò che ci tocca in sorte ha il suo perché. magari ci vorranno anni per capirlo, ma il messaggio intrinseco c’è sempre.

 

C.S.: Sei ottimista o pessimista?

Azzurra Marcozzi: Direi piuttosto un “otpesmista”. Sono ottimista e speranzosa, ma in certi aspetti il pessimismo esistenziale mi cattura. Ma la mia è più una difesa. Penso in negativo a volte per evitare delusioni e frustrazioni. Tuttavia come canta Elisa ” il segreto è fare tutto come se vedessi solo il sole”. Ed io ci metto davvero poco a riprendermi.

 

C.S.: Una ringraziamento …

Azzurra Marcozzi: Grazie a te Carina perché, dopo il nostro incontro, quattro estati fa, mi si è spalancato un mondo lirico inaspettato. Grazie a mio padre Francesco, a mia madre Claudia a cui è dedicata la poesia “Prima Donna”, ai miei fratelli Ivan, Debora e Alessandro. A mio fratello Mario, che 9 anni fa hanno reclamato da lassù. Agli amici di sempre.

 

C.S.: Sei innamorata?

Azzurra Marcozzi: Sono perennemente in quello stato. Sogno e vivo l’amore ogni ora della mia vita. Sono un po’ bohemian in questa mia concezione. L’amore in ogni sua corda, in ogni sua forma. Guardo la luna, ascolto ballate anni 60′ e 70′, leggo poesie di Catullo, Dante, Leopardi, Carducci, Oscar Wilde e Neruda, ballo a piedi scalzi sotto la pioggia, rido e arrossisco davanti allo specchio, mi soffermo e sospiro davanti agli scorci. Una romantica in piena regola. Amo, anche quando non c’è niente o nessuno da amare.

 

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