"Libia italiana" di Daniele Lembo – recensione di Nadia Turriziani

"Libia italiana" di Daniele Lembo – recensione di Nadia Turriziani

Lug 3, 2011

LIBIA ITALIANA – Italo Balbo, l’esercito dei ventimila e la colonizzazione demografica della Libia

Daniele Lembo

Edizione Istituto Bibliografico Napoleone – Roma

Pagg. 138

Euro 14

Un nuovo libro di Daniele Lembo edito dalle Edizioni Bibliografiche Napoleone di Roma

Nel gennaio 1970, alla presidenza della Repubblica Araba di Libia, viene eletto il colonnello Muammar Gheddafi. In realtà, il colonnello ha preso il potere l’anno prima togliendolo con la forza al legittimo re Idris I.

Molte cose in Libia saranno destinate a cambiare, soprattutto per gli italiani.

Il colonnello, avvierà un programma incentrato su un rigido nazionalismo, con l’intenzione di fare della Libia un elemento catalizzatore del mondo arabo e di assumerne la guida. Nel tentativo di realizzare questo programma, saranno chiuse le basi militari inglesi e statunitensi nel paese, saranno nazionalizzate le attività estrattive petrolifere e le maggiori industrie.

Passeranno pochi mesi e, il 21 nel luglio, saranno confiscati tutti i beni di proprietà italiana in Libia. Sarà un vero e proprio saccheggio che, da solo, frutterà al Governo libico qualcosa come 4.000 ettari di terreni con 714.000 olivi, 245.000 piante di agrumi, 184.000 piante di mandorlo, 1.000.000 di tralci di uva, 4.000 ville, 765 appartamenti, 468 edifici, 727 tra veicoli industriali e trattori agricoli, 265 officine e 50 industrie. A tutto ciò si aggiungono gli oggetti di valore confiscati nelle case degli italiani. Si calcola che si tratti di beni per circa 400.000.000.000 (quattrocento miliardi) di lire, al valore del 1970.

Il Governo di Gheddafi passerà poi all’espulsione di circa 20.000 italiani, obbligandoli a lasciare il paese entro il 15 di ottobre dello stesso anno.

Ma come e quando sono arrivati quegli italiani in Libia?

Molti sanno che il regime fascista procederà in Italia alla bonifica di migliaia di ettari. Le terre bonificate saranno poi divise in poderi e assegnate a coloni. Come centri di servizio di quei comprensori di poderi nasceranno delle città di fondazione.

Nella sola Piana Pontina, assieme a 5.000 poderi, sorgeranno cinque nuove città e 16 Borghi rurali. La bonifica pontina è forse la più nota, ma va di pari passo con analoghe bonifiche che avvengono lungo tutto lo stivale.

L’opera di bonifica terriera in Italia, da parte del regime fascista, è cosa ampiamente nota. Ciò che è invece ignoto ai più è che un’identica operazione sarà fatta nei territori italiani della “Quarta Sponda”: la Libia.

Di questa grandiosa operazione, ampiamente sottaciuta, tratta Daniele Lembo nel suo Libro “LIBIA ITALIANA – Italo Balbo, l’esercito dei ventimila e la colonizzazione demografica della Libia” edito quest’anno dall’Istituto Bibliografico Napoleone di Roma.

Se in Italia si bonifica dall’eccesso d’acqua, nei territori libici si affronta il problema inverso a quello degli acquitrini, bonificando dalla siccità, grazie alla scoperta dell’acqua artesiana, falde acquifere dalle quali, una volta scavato, l’acqua risale spontaneamente in superficie.

Anche in Libia i terreni bonificati saranno divisi in poderi ma, invece, di nuove città, saranno costruiti, come centri di servizi delle aree bonificate, dei villaggi di fondazione. E’ così che nasceranno i villaggi: Oliveti, Bianchi, Micca, Breviglieri, Littoriano, Giordani, Tazzoli, Marconi, Crispi, Garabulli, Garibaldi, Corradini, Castel Benito, Filzi, Baracca, Maddalena, Sauro Oberdan, D’Annunzio, Mameli, Razza, Battisti, Berta, Luigi di Savoia e Gioda.

Dal 1934 Governatore della Colonia Libica è un uomo d’eccezione: il trasvolatore Italo Balbo. E’ proprio Balbo che, tra il 1938 e il1939, indue migrazioni di massa, farà arrivare dall’Italia migliaia di famiglie di coloni, assegnatarie dei poderi.

Nell’operazione di colonizzazione demografica italiana c’è una rivoluzionaria novità: il regime fascista non tratta le popolazioni libiche autoctone come una razza inferiore da sfruttare ma, riconosciuta loro la cittadinanza italiana, gli riserva lo stesso trattamento dei nazionali. Ai libici, come agli italiani, saranno distribuiti poderi da coltivare. Anche per loro, inoltre, saranno costruiti villaggi rurali libici, questa volta dai nomi arabi: El Fager (Alba), Nahima (Deliziosa), Azizia (Profumata), Nahiba (Risorta), Mansura (Vittoriosa), Chadra (Verde), Zahra (Fiorita), Gedida (Nuova), Mahhmura (Fiorente) e El Beida (la Bianca).

Il libro Daniele Lembo narra di come il sogno libico finirà nel 1970 quando il colonnello Gheddafi, assurto al potere, caccerà tutti gli italiani dalla Libia. Da quel momento in poi, il “Colonnello” non farà altro che chiedere all’Italia presunti danni di guerra.

Tutto ciò, dimenticando che gli italiani hanno costruito in Libia edifici pubblici, ospedali, strade, ponti, acquedotti, fognature, ferrovie, porti e, soprattutto, strade. Ne citeremo una per tutte: litoranea “Balbia”, inaugurata nel 1937 e che corre per oltre1800 kmdal confine egiziano a quello tunisino.

I nostri connazionali, esiliati dalla Libia, si vedranno trasformati in profughi. Ritornati in Italia si ritroveranno, tristemente, stranieri in Patria.

Scrive Lembo nella prefazione del suo libro:

quegli italiani cacciati dalla Libia, tornarono nell’unico posto nel quale si sentivano sicuri. Rientrarono a casa. Pensavano che, in Italia, la gente del loro stesso sangue li avrebbero accolti a braccia aperte. Pensarono male.

Appena sbarcati nei porti italiani, qualcuno di loro trovò ospitalità da qualche parente, ma la maggior parte finì nei campi profughi. Cosa fossero i campi, meriterebbe un trattato a parte. Fu come mettere i polli nella stia. Stessa situazione, stessi spazi, identico ambiente domestico di un pollaio.

Oggi sono in molti a impietosirsi – o almeno a far mostra di essere impietositi – vedendo le condizioni dei campi per extracomunitari e dai campi zingari, chissà all’epoca quanti si chiesero come vivevano quegli italiani cacciati dalla Libia, in quei campi sparsi per l’Italia?

Quella gente aveva perso i beni e la casa ma, soprattutto, estirpata dai luoghi ove era nata o dove aveva lavorato per una vita, era stata privata delle amicizie e degli affetti. …(…)… I grandi erano spauriti e i piccoli leggevano negli occhi di madri e padri una sofferenza senza fine. Derubati di tutto dai predoni del deserto, arrivarono in Italia come animali spaventati.

L’Italia, che non aveva saputo o non aveva voluto tutelarli in Libia, non seppe offrire loro che i pollai dei campi profughi. Più di quelle gabbie per bestie, fu una parola, appiccicata loro addosso, a ferirli più di tutto: profugo.

Un termine che nascondeva una specie di zona grigia, nella quale venivano confinati questi ospiti non graditi.

Al termine profugo se ne affiancarono molti altri, come beduino e africano. Qualche comunista rampante, all’epoca andavano molto di moda, non ci pensò due volte a definirli anche fascisti. Provenivano da una delle ex colonie italiane, quindi dovevano essere fascisti per forza.

La storia degli italiani di Libia è stata, per troppi anni, volutamente dimenticata. Gli “africani” rimpatriati erano scomodi alle nostre coscienze e alle nostre finanze.

Lo Stato italiano avrebbe dovuto difenderli, non permettendo che il Governo libico li privasse di ogni bene. Sarebbe bastato fare anche un modesto atto di forza, anche solo mostrare i muscoli. Era sufficiente che la Marina Militare italiana si presentasse in forze davanti Tripoli. Invece, nulla fu fatto. Quella che doveva essere la Patria, aveva lasciato i suoi figli in balia dei libici e il tutto, solo per quieto vivere.

Gli esuli dalla Libia, poi erano fastidiosi alle nostre finanze perché pretendevano, giustamente, che qualcuno li rimborsasse dei beni loro sottratti. 

Troppo a lungo si è scelto di nascondere le loro storie nel pozzo più profondo della nostra coscienza nazionale. Questo libro è dedicato a quei “santi, poeti, eroi, navigatori e trasmigratori” che, nella prima metà del ventesimo secolo, giunsero in Tripolitania e Cirenaica e trasformarono la sabbia e le pietre del deserto in campi arati e rigogliosi.

Ecco, questo fecero gli italiani in Liba: coltivarono lì dove prima c’erano solo sassi…

Nadia Turriziani

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