Intervista di Alessia Mocci al giornalista Giuseppe Ardica ed al suo "Baby Killer"

Intervista di Alessia Mocci al giornalista Giuseppe Ardica ed al suo "Baby Killer"

Giu 29, 2011

“Baby Killer”, edito presso la casa editrice Marsilio Editore, racconta di un mondo che sembra lontanissimo ma che ognuno di noi almeno in forma lieve ha vissuto. Sono racconti di vita vera quelli che possiamo leggere attraverso l’abile penna dell’autore Giuseppe Ardica.

L’autore è un giornalista Rai, lavora precisamente per Rai Parlamento, si  occupa dunque  di giornalismo politico e di informazione parlamentare. In passato è stato cronista di nera e giudiziaria.

Nel 2008 ha pubblicato “Io, l’uomo nero” , edito da Marsilio Editore, sulla storia del terrorista nero Pierluigi Concutelli.

Giuseppe Ardica è stato molto disponibile con noi  nel rilasciarci quest’intervista.

Vorrei sottolineare alcune parole dell’autore presenti nell’intervista: “Ecco, questo libro serve per non dimenticare. Per far conoscere cosa è stata e cosa è la nostra Italia. Il nostro Sud.”

A.M.:  “Baby Killer” è un libro che racconta la realtà. È stata la tua professione di giornalista ad avvicinarti all’idea del libro? Un po’ come una deformazione professionale?

Giuseppe Ardica: Non è deformazione professionale. O almeno lo spero.

Io non faccio altro che raccontare storie e persone. E poi, credo che chi scrive parta sempre da fatti realmente accaduti. Insomma le storie, anche i romanzi più fantasiosi, hanno sempre una parte di verità. Una scintilla da cui poi è partito l’incendio.

Certo la storia che racconto è verissima. E verissimi sono i personaggi. Ma, in questo caso, sono proprio convinto che la realtà superi di gran lunga la fantasia. Chi ha letto il libro sa di cosa sto parlando, chi ancora non l’ha letto se ne accorgerà.

A.M.:  I costumi sono cambiati ed ora i ragazzini non sono più interessati alle organizzazioni criminali oppure sono le organizzazioni che non sono più interessate ai ragazzini del 2010?

Giuseppe Ardica:  Le cose sono senza dubbio cambiate. Ma bisogna sempre restare sempre vigili. Perché, nel Sud, ci sono ancora sacche di degrado umano, sociale e morale. Ed è lì che le organizzazioni criminali attecchiscono dando a giovani sbandati la prospettiva di soldi e lavoro facili. E’ dura lavorare come muratore per pochi euro in nero.
E forse, è relativamente più semplice far saltare in aria le saracinesche dei negozi per conto del clan del pizzo. Ecco, in questo senso dobbiamo vigilare. E continuare a parlare, a far conoscere fatti dimenticati. Devo dire che a Gela le cose sono cambiate anche se qualcuno dice che i fantasmi sono sempre lì, pronti a ritornare. Io non voglio crederci.

A.M.: Perché negli anni ottanta/novanta un ragazzino entrava a far parte di queste organizzazioni?

Giuseppe Ardica:  Perché a Gela un omicidio veniva pagato 500 mila lire. E’ una cosa brutale, ma purtroppo vera. Una cifra enorme per un ragazzino di 14 anni nato e cresciuto in un quartiere ghetto. Senza prospettive e senza esempi “buoni”.

Lì, e parlo di Gela, una pistola dava potere.
Chiedere il pizzo era una cosa da persone toste, “sperte” come si dice dalle mie parti. Insomma era più facile sparare per conto delle organizzazioni criminali che andare a scuola. E tutto questo accadeva sotto gli occhi, diciamo miopi, di chi doveva vegliare sui nostri giovani…

A.M.:  Perché leggere “Baby Killer”?

Giuseppe Ardica: Perché? Perché è un libro bellissimo. Scherzo ovviamente.

Per rispondere a questa domanda uso una frase presa da una recensione:
“Baby killer è una pagina strappata alla memoria”.

Ecco, questo libro serve per non dimenticare. Per far conoscere cosa è stata e cosa è la nostra Italia. Il nostro Sud.

Vi lascio il link della pagina facebook della presentazione del libro “Baby Killer”:

http://www.facebook.com/?ref=logo#!/event.php?eid=132938523406981&ref=ts

Libro fortemente consigliato.

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