“La morte di Ivan Il’ic” di Lev Tolstoj – recensione

“La morte di Ivan Il’ic” di  Lev Tolstoj – recensione

Giu 16, 2011

La morte di Ivan Il’ic parla di noi. È la storia di un uomo e della sua morte, raggiunta con compassione, drammatica ironia, inaspettata solitudine, come lascia presagire la compagnia distratta e svogliata di sua moglie e delle sue figlie. Ivan è un lavoratore onesto, rispettabile, instancabile.

«Faceva ciò che la gente dell’alta società riteneva giusto fare», citando le parole dello stesso Tolstoj. E quando ti accorgi di aver vissuto la vita di qualcun altro, sei già alla fine della staccionata.

Ivan, come ciascuno di noi, si lascia persuadere dai meccanismi della società. Si infila nei suoi ingranaggi e scivola via come fosse il fantasma di se stesso. E quel corpo dimenticato torna a languire quando la morte comincia a sussurrargli di prepararsi. Ma il punto è che non si è mai abbastanza pronti per partire. Per lasciare tutto senza sapere dove dover andare, e perché. Qualunque sia la destinazione di Ivan, dovrà andar via solo.

Drammatica e dolce, la sua solitudine è l’inferno in terra che da uomo dovrà attraversare. Ivan rimane vittima della codardia. Non ha coraggio a sufficienza per affrontare la vita, lascia che sia la società a costruirgliene una. Ma racimola abbastanza coraggio per chiedere alla morte il perché della sua venuta. E lo fa con lo stile commosso e misurato, accorato e gentile di Tolstoj.

Quando la morte e la malattia non suonano più come parole vuote ma come le note di un requiem presto annunciato, la famiglia e la conoscenza di sé sono le sole scritture che renderanno legittima un’esistenza. Se anche una carezza sfrontata manca sul volto di un uomo che sta per morire, il peso della propria scomparsa incurva le spalle e assottiglia la pelle.

Un personaggio come Ivan lo si ama perché cade negli errori in cui ognuno di noi potrebbe cadere. Cade nella convenzionalità delle scelte, fugge dalla profondità e veridicità dei sentimenti. Così si nasconde all’amore, come uomo, come padre. Fugge dalla vita e si ritrova la morte davanti. E quando si avvicina all’oscurità, comprende la gravità di ogni errore e l’orrore di non aver preteso tutto dalla vita. Di non aver scelto quale moglie amare, quale vita vivere, con quale spirito accogliere la morte.

Ecco perché la storia di Ivan è la storia di tutti noi. Ci lasciamo intimidire dalle stesse incertezze, e dalla paura di non afferrare quel fremito di libertà da cui siamo attraversati. Lasciamo che la morte ci colga impreparati, perché non abbiamo ancora rimediato agli errori, cambiato le nostre storie, costruito i nostri affetti, conosciuto noi stessi.

La scrittura di Tolstoj è quella dei sentimenti universali, delle sensibilità di cui gli esseri umani sono composti, le vie maestre del nostro essere. Quando leggiamo libri come La morte di Ivan Il’Ic riconosciamo l’odore della paura, il colore della compassione, il suono della solitudine, il gesto della codardia. Nell’istante in cui Ivan comprende la morte, «finita è la morte», svanisce come il nulla cosmico che ci attende. Ivan siamo noi, e con lui, quando spira, traiamo l’ultimo respiro.

E anche qui, più si andava indietro, più c’era vita. E più c’era vita, più c’era del buono in essa. (…) L’unico punto luminoso era là, indietro, all’inizio della vita, poi tutto era diventato sempre più nero, sempre più veloce. (…)

La vita, una serie di sofferenze in progressivo aumento, volava sempre più veloce verso la fine, verso la sofferenza più terribile. «Io precipito…» sussultava, si agitava, voleva opporre resistenza, ma ormai sapeva che era impossibile resistere, e di nuovo, con gli occhi stanchi di guardare, ma incapaci di non guardare ciò che avevano davanti, fissava lo schienale del divano e aspettava quell’ultima terribile caduta, il colpo, la distruzione.

«Resistere non si può» diceva a se stesso. «Se soltanto potessi capire il perché di tutto questo! Ma è impossibile. Lo sarebbe se non avessi vissuto come si doveva. Ma non si può certo affermare una cosa simile» diceva a se stesso, rammentando la propria vita corretta, decorosa, ligia alle regole. «Non si può ammettere una cosa del genere» e sorrideva a fior di labbra, come se qualcuno potesse vedere quel sorriso e restarne ingannato. «Non c’è spiegazione! La sofferenza, la morte… Perché?» L. Tolstoj

La morte di Ivan Il’icLev Nikolaevic Tolstoj, Bur.

 

Written by Federica Piacentini

 

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