"La neve in tasca" di Patrizia Di Donato – recensione

"La neve in tasca" di Patrizia Di Donato – recensione

Giu 12, 2011

La neve in tasca è il titolo del nuovo libro di Patrizia Di Donato, Edizioni Duende, 2011.

L’autrice, nata a Giulianova, città in cui risiede con la sua famiglia, ferma il tempo compiuto all’interno di una trama lineare che si specchia nelle difficoltà della vita quotidiana, dalle quali riemergono storie di donne intente a rivisitare i luoghi del dolore, della perdita, della sofferenza, della malattia e della povertà.

Patrizia Di Donato verga le immagini della sua anima con il tratto dolce della nostalgia. Nei suoi racconti, i ricordi reclamano i propri diritti con forza, per rinascere sostanza e per difendere ciò che sembrava perduto nel procedere lineare e irreversibile del tempo. Qui, il divino scrivere non perde la sua accezione primaria di essere arte misteriosa e lo stile dell’autrice, vibrante e delicato, procede tra un passato da rivisitare e la voglia di ricostruire qualcosa che le appartiene:

“La scrittura in fondo è una seduta di terapia psicologica. A volte stai lì e parli, piangi, fai delle soste, poi torni a parlare. A volte menti, menti su tuo marito, su tua madre, su tuo fratello, e guardi fuori, per rinunciare a quegli occhi puntati sulla tua anima, sui tuoi sogni, sui tuoi ricordi divisi come puzzle.

Cerchi nella scrittura un dialogo con te stessa e le sei grata perché spalanca il suo armadio e ti dona gli abiti di cui hai bisogno, le valige per i viaggi, le scarpe comode e scomode per raccontare un dolore o un piacere. Io non la rinnego e confesso che questo libro è pieno di me” scrive l’autrice, lasciandosi possedere dal suo imperativo interiore divenuto uno strumento prezioso, per regalare l’eternità a vite che potevano durare un istante.

Concetto di eternità che Patrizia Di Donato trasferisce magistralmente nella sua forma immutabile, “vivo e come nuovo”, (come scrisse Luigi Pirandello nell’introduzione ai Sei personaggi in cerca d’autore), nella figura di Tina l’ostetrica che torna a casa dopo una notte di duro lavoro. “La mattina rincasava con le caviglie gonfie come mongolfiere, la frangetta divisa in due, ebbra di felicità. Quanta vita era scivolata su quelle mani!

Tranquille! – diceva alle sue donne. – I vostri bambini nasceranno dentro le vostre camere, sentiranno il profumo dei vostri corpi impressi sulle lenzuola. Capiranno che sono arrivati a casa. Riconosceranno il mormorio dei fratelli e delle sorelle in fila fuori alle porte. Gli ospedali li lasciamo agli uomini invidiosi e impauriti davanti ad un mistero da cui si sentono esclusi. Smettetela buffoni e tornate a battere chiodi. Questo è un affare nostro. Un meraviglioso affare di donne. –

Carina Spurio

“Lo strillone”, Roseto, 10 Giugno, 2011.

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