L’espressione artistica di Ciro Vincenzo Motolose – recensione di Carmen De Stasio

L’espressione artistica di Ciro Vincenzo Motolose – recensione di Carmen De Stasio

Giu 9, 2011

Il presente incandescente con i suoi furori vive nella tensione delle opere di Ciro Vincenzo Motolese, uno degli artisti salentini invitati ad argomentare in maniera sintetica la figura di Alda Merini nella serata a lei dedicata a Grottaglie.

 

 

 

Cromoterapia

Il presente incandescente con i suoi furori vive nella tensione delle opere di Ciro Vincenzo Motolese, uno degli artisti salentini invitati ad argomentare in maniera sintetica la figura di Alda Merini nella serata a lei dedicata a Grottaglie.

Sulla tela, così come nelle miniature di volti irridenti del percorso aguzzo del momento, il giovane artista svolge una vera e propria operazione metonimica di disvelamento delle sue meditazioni in uno stile che mescola la cromia della fiaba e l’angoscia resa inquietante dalle tonalità irriverenti, che contrappongono una visione mirabolante ad una percezione cupa, avvilita.

L’ampia conoscenza dei movimenti intimi, delle infrastrutture mentali nell’approccio con l’esterno, si rappresenta sulla scena con la sofferenza del genio che si mostra nudo, indifeso, perduto talora ed incapace di affrontare se non con un urlo ammutolito le circostanze storiche. Si tratta di una maniera che illustra la cecità del mondo esterno nei confronti del poeta che soffre intimamente. E’ il narratore assente che manipola le emozioni fino a disperderle in un’assenza di prospettive, traslandole in colori arroventati che si diffondono oltre la tela come metafore di prospettive e spandono intorno un senso di vuoto, di immobilismo, di sopraffazione.

Sulle tele la sovrapposizione dei piani appare appena percepibile per l’intensa concentrazione cromatica che si perde in una scia disordinata quale segno di continuità con le intenzioni rabbiose dell’artista, il quale si curva sotto il peso sconvolgente delle pieghe dell’anima e si lascia coinvolgere integralmente nel silenzio assordante che invade dalla sua composizione.

Nell’organizzazione di linee oblique che si incrociano e si scontrano attraversando piani invisibili orizzontali e verticali, Ciro Motolese sostiene una personale interpretazione della realtà, interponendo tra il sé e l’esperibile una serie di punti di incontro in cui i volti scompaiono lasciando emergere solo le vibrazioni di una visione scomposta, allusiva di un’appartenenza rabbiosa eppure nascosta e velata.

L’artista costruisce in questo modo una nuova estetica basata sulla concentrazione di forma e contenuto, la cui variabile è la stasi angosciante del genio che legge i segni dell’universo e che sconvolge per il senso di anti-decorativismo che rivela l’assurda tragedia della solitudine, della perdita del pensiero in un contesto sociale impregnato dall’automatismo del vivere, dal relativismo dei valori.

Dallo studio dei dettagli la natura e dei movimenti distorti dell’uomo si evidenziano i caratteri di un’arte che visualizza lo spettro di una paralisi indotta, dell’incapacità a creare una catena di identificazione che possa ammorbidire le discrepanze e le differenze: la protesta dai toni gentili di Ciro tende a sciogliere la visione su un modo dilagante proprio di colui che guarda esclusivamente all’azione e che vanifica il senso del suo tempo, si perde nei meandri di una coscienza di progresso esteriore che facilita il percorso, ma che disturba la costruzione dell’uomo stesso e il significato del suo procedere. Questa tensione scatena la capacità intuitiva dell’artista, il quale ricorre a metafore per rivelare oltre il mutismo l’amaro sentire di una realtà in apparente trionfale cromaticità, e che al contrario freme per vivere una dimensione appagante, ma innaturale. Un esempio in tal senso è la condensazione narrativa plastica di Cromoterapia, in cui il gioco di colore sovrasta ogni possibilità di adempiere alla scoperta del proprio volto, diviene prospettiva attesa, in cui l’individuo appare scisso in quattro dimensioni: scatola sorprendente, maschera, cromatismo variabile, atmosfera radiosa e accecante.

Il rifugio è nelle viscere, dietro la patina della tranquilla convivenza.

Stasi del genio

L’ambiguità dei soggetti volutamente deformati in una smorfia che Ciro chiama maschera, allusione di dolore, di mostruosità irriguardosa dell’uomo così come si presenta, sembra lasciarsi fagocitare da condizioni esterne e prospetta un annullamento in una tensione che mette a nudo l’incapacità di assumere se stesso di fronte al pericolo dell’annichilimento.

Il continuo confronto di linee e di toni crea una struttura variabile che si confonde con lo spazio, in cui la divisione simbolica di piani diversi e complementari è intervento necessario perché la forza espressiva e il linguaggio tecnico agiscano come un chiasmo per far coincidere potenzialità argomentativa e sperimentalismo, facilitando la confluenza di esperienza interiore, consapevolezza e una prospettiva esistenziale in una storia spezzata.

Written by Carmen De Stasio

–          Articolo pubblicato in originale sul sito Salentopocket:

http://www.salentopocket.it/article11307.html

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: