Intervista di Alessia Mocci a Gianluca Conte ed al suo "Il riflesso dei numeri"

Intervista di Alessia Mocci a Gianluca Conte ed al suo "Il riflesso dei numeri"

Apr 17, 2011

“Il riflesso dei numeri”, edito nel 2010 dalla casa editrice Centro Studi Tindari Patti, è una raccolta di poesie finalista al premio nazionale “Andrea Vajola”. L’autore, Gianluca Conte, con questo testo palesa se stesso, le sue emozioni attraverso i versi per arrivare all’altro, al diverso da se. È un’unione con la natura e con il tempo, con la storia dell’arte tout court e con il presente che ancora oggi si presenta sotto forma di poesia.

Gianluca Conte è stato molto disponibile nell’esprimersi in merito ad alcuni miei quesiti. Buona lettura!

A.M.: La tua raccolta “Il riflesso dei numeri” è risultata finalista al Premio Nazionale “Andrea Vajola”. Ci racconti qualcosa di questa menzione?

Gianluca Conte: Innanzitutto ti ringrazio per avermi proposto questa intervista. Sarò breve su questo punto. Materialmente ricevere una menzione speciale equivale ad avere fra le mani un diploma (od attestato, se preferisci) ed una medaglia. Dirò una banalità ma ciò che interessa realmente un autore non è il “trofeo”, la targa, bensì il riconoscimento del valore della propria opera; valore umano, prima ancora che poetico. Essere arrivato finalista ad un concorso nazionale, indubbiamente infonde fiducia nel proprio modo di vedere e sentire, di approcciarsi alla poesia e più in generale alla scrittura. Ciò, naturalmente, non equivale a dire che un poetare sia valido solo se ufficialmente riconosciuto! Il sentire poetico – non sarò il primo a dirlo – nasce da una profonda sensibilità verso il tutto;  il poeta, scrive prima per se stesso, e ciò, il più delle volte, può bastargli. Ad un certo punto però – presto o tardi – può decidere che è arrivato il momento di far conoscere i propri versi agli altri. L’uscire allo scoperto non è soltanto un mostrarsi fine a se stesso, ma significa comunicare la propria esistenza, il proprio esserci, ed al contempo è un modo per sentire l’altro da sé, qualcosa che io definirei, usando un termine mutuato dalla biologia, un’osmosi di valori. Quando i miei versi lasciano i fogli per essere pubblicati sotto qualsiasi forma, non sono più solo miei, sono anche di chi li legge; è in quel momento, quando diventano “condivisi”, che si attua la vera menzione speciale, al di là del momento, pur piacevole, della partecipazione (in questo caso con buoni esiti) ad un concorso letterario.

A.M.: Cos’è la Poesia oggi? Ed ieri?

Gianluca Conte: Mi piace molto questa domanda perché vi è insito un discorso che riguarda il tempo, uno dei temi centrali della mia raccolta. Io credo che la poesia sia figlia del proprio tempo, legata inscindibilmente agli uomini che l’hanno sentita, scritta e successivamente letta; anche se poi, in moltissimi casi, ha attraversato il tempo; di più, è diventata “senza tempo”. Poeti come Omero, Nicandro, Anacreonte e poi ancora Ovidio, Catullo, Orazio, sono attualissimi, non dico niente di nuovo;  c’è un legame profondo tra noi e questi uomini vissuti un paio di millenni addietro e più; un legame dettato dal sentimento, dal sogno, dalla continua ricerca dell’uomo di se stesso, dell’ignoto, delle cose ultime. Certamente dire cos’era o cos’è la poesia mi sembra un compito veramente arduo; cercare di dare una definizione oggettiva o di inquadrarla tout court è qualcosa che non mi sento di affrontare. Esistono così tanti modi di fare e sentire la poesia che il cercare soltanto di tenerli insieme sarebbe come nuotare nell’oceano. Ciononostante credo di poter azzardare che la poesia abbia attraversato diversi momenti di sensibilità, anche questi legati al tempo; così, partendo dalla poesia epica, in cui si decantavano le gesta di mitici eroi (anche se poi, a leggerla più a fondo, si può cogliere con quanta finezza gli antichi avevano “sentito” l’animo umano), si è giunti – permettimi il salto temporale degno dell’Odissea di Kubrick – a poeti come Alda Merini, la cui dirompente “fisicità” poetica ha emozionato e continua ad emozionare. Cos’è poesia?… Quando alla lettura di certe parole si prova una sensazione che non può essere paragonata a nient’altro, e solo per comodità espositiva viene accostata all’amore passionale od alla spiritualità più alta, ecco, per me quella è poesia. È come avvertire i brividi, avere la pelle d’oca. È come essere trasportati lontano, attraversare infiniti luoghi, varcare lo spazio ed il tempo, e trovarsi lì, negli spazi suggeriti dall’autore. C’è qualcosa di veramente grande che unisce chi scrive a chi legge, qualcosa di quasi magico e segreto, forse di arcano.  Tutto ciò può apparire un coacervo di frasi fatte, è la sincerità a dire se quello che stiamo dicendo e provando è vero, presunto od addirittura falso. La poesia però si trova anche (se non soprattutto) in luoghi che di solito vengono introiettati come “enclavi di vita”, “zone avvelenate”. Potrei scomodare Pasolini, Bukowski, o lo stesso De Andrè, le cui canzoni erano il più delle volte delle liriche sugli ultimi (o ritenuti tali dal pensiero corrente)  e degli ultimi della società.

 

A.M.: Esiste un filo conduttore che ripercorre “Il riflesso dei numeri”?

Gianluca Conte: Più che un filo conduttore direi una linea sottile che percorre trasversalmente l’intera raccolta. Da sempre ho sentito una particolare attrazione per le zone d’ombra, i luoghi liminali. Il piccolo mondo – per dirla con Fogazzaro – che poi si rivela essere un mondo sconfinato. La parola limen in latino ha varie accezioni, ma tutte, in qualche modo, hanno a che fare con l’idea di obliquità, di decentramento. Limen è la soglia, il confine, il limite estremo. Ma c’è anche un altro significato legato a quella parola: entrata, ingresso. Ecco, “Il riflesso dei numeri” è un invito ad entrare in un lungo corridoio da cui iniziare un viaggio attraverso “luoghi altri”, che di volta in volta possono essere fisici o mentali, ma che hanno una vita propria, esistono per se stessi. In questo itinerario della molteplicità si incontrano esistenze, situazioni, sentimenti guardati da un punto di vista laterale, quasi come sbirciando da piccole fessure, ma non per questo meno intenso. Ci sono continui rimandi agli infiniti universi magici di cui il Salento è ricchissimo che, forse quasi paradossalmente, richiamano sensazioni avvertibili in luoghi lontanissimi fisicamente, ma a ben guardare, vicini per analogia di sensazioni . Un occhio particolare ho avuto per la terra, per le radici (intese non solo in senso metaforico ma anche letterale), per i piccoli gesti che da anni ed anni si ripetono, sempre uguali e sempre diversi. E poi ci sono i numeri, queste entità dalle valenze incantate, di cui già Pitagora aveva sentito la forza. Il numero come chiave per aprire altre dimensioni poetiche; il numero che sottende l’universo ed il cui riflesso (evocato dal titolo della raccolta) si può vedere in ogni cosa. Se un filo conduttore esiste in questa silloge, può trovarsi nell’esortazione ad aprire la porta di un mondo, quello dell’immaginario/immaginante (inteso non solo e non tanto come “irreale” ma come un universo del molteplice dalle infinite sfaccettature), dove segni, archetipi e suggestioni ci dicono che è possibile andare oltre, aprire gli occhi alle piccole fenditure, alle piccole crepe della realtà per trovarci il fantastico, il poetico.  

 

A.M.: Quali sono i poeti che ammiri e che ti hanno in qualche modo influenzato?

Gianluca Conte: Difficile scegliere, avverto uno strano senso di colpa quando mi trovo a dover elencare i poeti che più sento miei. È come se citandone alcuni facessi torto agli altri, magari solo perché sul momento non mi soggiungevano. Risponderò comunque. Baudelaire, sicuramente. Ogni suo verso è musica, magia, trasporto. Appena apro un suo libro è come se avvertissi l’odore del tempo: ne assaporo con gli occhi il colore delle pagine, ne accarezzo le lettere stampate. Mi immergo con tutto me stesso in quei suoni meravigliosi, accarezzo i suoi gatti, osservo le sue foglie, sento il suo vento. Borges, con i suoi labirinti, le sue ombre, i suoi incanti, le sue finzioni. Una poesia quasi surreale, per certi versi estraniante (nel senso buono del termine, semmai esiste). Bodini, un poeta della mia terra, il Salento, purtroppo ancora oggi poco conosciuto. I suoi versi sono potenti, non lasciano scampo. C’è tutto il dolore, ma anche la forza di questa mia terra bruciata dal sole e con tanti, tantissimi problemi. Alda Merini, prima ancora che per i suoi versi, per il suo coraggio, le sue scelte radicali e la sua infinita dolcezza; per avere – tra i primi – posto l’attenzione sulla sua condizione di ex internata in istituti per igiene mentale, condizione purtroppo condivisa da tante altre persone. Mi fermo qui, anche se ho trascurato i più. Il motivo è che la mia scrittura deve molto ad autori che si esprimono mediante altre forme artistiche: cinema, teatro, pittura. Sicuramente dai miei lavori fa capolino il già ricordato Kubrick, con il suo modo di ricercare storie ed immagini che potessero giungere senza mediazioni all’inconscio delle persone; Tarkovskij, capace nei suoi film di far parlare la fotografia, i suoni, perfino i rumori. Pittori come F. Bacon, le cui opere sottendono un’inquietudine che vive attraverso i colori, le linee, le figure mostruose.  E Munch, il cui urlo – al di là del celebre dipinto – mi arriva puntuale, preciso, devastante; attraverso le sue prospettive allucinanti, i suoi colori semplici ed allo stesso tempo indefinibili, i suoi luoghi inumani ed algidi che spesso sento scorrere nel mio immaginario poetico. Le mie parole attingono a piene mani da questi grandi artisti, anche se filtrate attraverso un percorso personale che, come quello di ogni persona, è irripetibile, carico delle esperienze (non solo artistiche), delle sensazioni, del proprio modo di sentire; in una parola, del proprio vissuto.

 

A.M.: Ritieni che il social network Facebook possa essere d’aiuto per gli scrittori emergenti che vogliono farsi conoscere?

 

Gianluca Conte: Se per “essere d’aiuto” intendi che Facebook può essere utile a farsi conoscere da un numero maggiore di persone, indubbiamente è così; non nutro pregiudizi nei confronti delle nuove frontiere aperte dalla rete. Non voglio certo dare consigli su come comportarsi con i social network, credo però che bisognerebbe evitare di farne un uso smodato. Internet, per allargare il discorso, mi ha offerto e mi offre tutt’ora tante occasioni per venire in contatto con persone davvero interessanti, con cui scambiare opinioni, letture, scritti; basta tenere a mente che non tutto ciò che luccica è oro.

A.M.: Hai già in mente qualche altra pubblicazione per il 2011? Puoi anticiparci qualcosa?

Gianluca Conte: A dire il vero una novità editoriale che mi riguarda è già prevista per la fine di quest’anno, entro dicembre. Si tratta della presenza in un’antologia – a cura di Sonia Demurtas  – di dodici liriche, alcune tratte dai miei due libri già editi, altre del tutto inedite. Chiunque interessato al mio percorso editoriale potrà venire a conoscenza dell’avvenuta pubblicazione visitando il mio blog “Riflessi di parole” e la mia pagina FB. Per quanto concerne il 2011, sto lavorando ad alcuni scritti (poesia e narrativa) che vedranno la luce più o meno prima della prossima estate. Anche per questo rimando alle mie pagine web.

 

Vi lascio alcuni link utili sull’autore:

http://www.facebook.com/profile.php?id=1521368186

http://www.glucaconte.blogspot.com/

http://www.facebook.com/group.php?gid=158331080856352

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