Intervista di Carina Spurio a Patrizia Di Donato ed al suo "La neve in tasca"

Intervista di Carina Spurio a Patrizia Di Donato ed al suo "La neve in tasca"

Apr 3, 2011

Patrizia Di Donato

La neve in tasca

Duende, 2011

Patrizia Di Donato è nata a Giulianova (TE), città in cui attualmente risiede con la sua famiglia. Dopo la Maturità Magistrale ha iniziato a coltivare con profonda dedizione la sua passione per la scrittura. Tra gli impegni familiari e quelli di insegnante di sostegno hanno visto la luce diverse opere narrative. Il romanzo Il gesto ha ricevuto una segnalazione di merito al Premio Letterario Nazionale “Nuove Scrittrici” (Pescara 1996); il racconto “L’uovo di Colombo” è stato segnalato nell’edizione 1999 del Premio Teramo e inserito nella raccolta di racconti Ventagli, edito dalla casa editrice Sovera. Incoraggiata da questi risultati, ha frequentato un Master di Perfezionamento in Scrittura Creativa e Sceneggiatura presso l’Università di Teramo. Nel 2005 ha vinto il Premio Teramo, nella sezione dedicata allo scrittore abruzzese Mario Pomilio, con il racconto “Che bel dono” che apre la presente raccolta. Ha frequentato la Scuola di Drammaturgia di Dacia Maraini partecipando alla stesura del testo Al di là di ogni possibile muro messo in scena con la regia di Giuseppe Manfridi. Nel 2006 ha ricevuto un Diploma di merito nel Concorso Internazionale “Lettera D’Amore”. I racconti “Lettera a Celeste” e “Il tempo di un aperitivo” sono stati pubblicati sulla rivista online «Progetto Babele».

C.S.: La neve in tasca è il titolo è il titolo del suo nuovo libro composto da 6 racconti. Avere la neve in tasca per dire avere niente di sicuro oppure niente di solido e per chiederle: dove trae origine il titolo?

Patrizia Di Donato: Devo onestamente dire  che ignoravo il senso del detto “avere la neve in tasca”. Come ho avuto modo di spiegare in altre interviste, il titolo nasce da una situazione realmente accaduta nella mia vita. Tornando da una gita in montagna, un bambino più piccolo di me che abitava nel mio stesso palazzo, suonò al mio portone e frugandosi le tasche, esclamò entusiasta: ti ho portato la neve! Ma con grande delusione si rese conto che la neve era sciolta e che al suo posto  campeggiavano due vistose chiazze bagnate. Ho pensato tante volte, anche in seguito, a quel desiderio di dare, a quel segreto bello da donare, alla volontà di carpire l’attenzione di quella ragazzina che lo ignorava, che gli aveva impedito di sentire il dolore, il fastidio freddo della neve che si scioglie con il calore del tuo corpo. Quando ho dovuto improvvisamente fare i conti con un dolore e  la scrittura si è trasformata nell’amica muta, accondiscendente, rispettosa dei miei tempi, conscia dei miei altrove, ho ricordato quel bambino, la dimenticanza del gelo e ho sentito l’urgenza di consegnare un pensiero. La scrittura è  stata  dunque La neve in tasca. La mia.

C.S.: Nei suoi racconti ci sono le donne, si confrontano nella vita quotidiana e in comuni contesti con le difficoltà: sopravvivono nel ricordo, tra le ferite profonde dei dolori privati e una narrazione uniforme e obiettiva. Cosa vuol dire per lei essere donna oggi tra la libertà dei costumi e della sessualità, il figlio unico e l’alta percentuale di separazioni che stagliano il “corpo liberato” in una realtà difficile mentre su quel corpo ancora si consumano vendette?

Patrizia Di Donato: Simone  de Beauvoir diceva che” femmine si nasce, donne si diventa.” Non è la libertà sessuale, il figlio unico, la separazione  a trasformare il bruco in farfalla. Femmina non è una conquista ma donna si. Relegata in spazi misurati e gestiti, per millenni  la donna ha dovuto accettare, chinare il capo rinunciando al davanti, al reale. Oggi? Oggi che il recinto è spalancato e gli spazi intonsi, oggi lei torna dai suoi aguzzini, si toglie gli occhiali, diventa finta, seni finti, unghia finte, sedere finto, bocca finta. Vuole diventare velina, grande fratello, cianciatrice di sedie colorate, push up,  up antigravità. Si vergogna del tempo, sputa sulle rughe, soffre perché deve ai suoi figli cinque minuti di giochi autogestiti, si vergogna del sugo schizzato sulle mattonelle e nasconde la sua identità. Ci sono due modi di affrontare una violenza: pacificare o ripeterla.  E molte donne odiano le altre donne, le osteggiano, come animali nelle fiere, in lotta per un buon padrone  che può scegliere, che valuta la dentatura, e cambia facilmente. La donna, o la maggior parte delle donne, non ama la parola gruppo, veleggia in solitaria e studia come soffiare venti ostili. Questa pagina di storia odierna ci fa vergogna e dovrebbe farci riflettere e arrossire. Evitando e insegnando ad evitare. Vestendo le piccole come bambine, educandole all’amore di se, al rispetto del sé, non ai tacchi  per sollevare i sederini. Sedute intorno a un fuoco, a bere te, ridono complici le donne che amo. Leggono poesie e sanno ascoltarsi. Si coprono le spalle e serrano le imposte. Le donne che amo sono serene, non temono e non attaccano, non gareggiano, nessun podio e nessun premio. Il maschio le invidia e l’uomo le ama.

C.S.:  C’è qualche traccia di sé nei suoi racconti?

Patrizia Di Donato: Sì.  La scrittura in fondo è una seduta di terapia psicologica. A volte stai lì e parli, piangi, fai delle soste,poi torni a parlare. A volte menti, menti su tuo marito, su tua madre, su tuo fratello, e guardi fuori, per rinunciare a quegli occhi puntati sulla tua anima, sui tuoi sogni, sui tuoi ricordi divisi come puzzle. Cerchi nella scrittura un dialogo con te stessa e le sei grata perché spalanca il suo armadio e ti dona gli abiti di cui hai bisogno, le valige per i viaggi, le scarpe comode e scomode per raccontare un dolore o un piacere. Io non la rinnego e confesso che questo libro è pieno di me.

C.S.: L’esigenza di scrivere sembra ricollegarsi ad un proverbio luogo comune:”Verba volant, scripta manent”, le cose dette “volano”, le cose scritte rimangono e la sua?

Patrizia Di Donato: Le cose scritte restano. La storia resta. Napoleone è esistito. E la Patagonia non è un’invenzione, sta lì, sulla cartina e puoi pensare al sangue delle balene e agli spazi da perdersi. Delle cose scritte ci si vergogna e ci si compiace ma non possiamo evitarle, sono accadute. Dicono che ad ogni cambio di stagione dovremmo eliminare gli abiti associati ad eventi negativi. E’ sbagliato. Anche le guerre sono eventi negativi. Le testimonianze  degli orrori dovrebbero però servire a non ripetere gli errori, per quello che è nelle nostre possibilità. Ho distrutto, appena sposata, i miei diari e alcuni quadernini a righe perché dovevo diventare grande e i capelli erano corti. Non mi sono mai perdonata.

C.S.: Si scrive esorcizzare la morte o in attesa della morte?

Patrizia Di Donato: Si scrive per esorcizzare, per guarire, per espellere il demone malvagio. In attesa della morte non dici, non pensi, non sollevi matite, non hai interessi. Nessuno attende la morte e chi dice di attenderla, se il suo corpo non è già lontano, conferma la sua eternità. Dottore mi aiuti e asciughiamo lo sputo sulla vita. Penso che tutti dovremmo trovarci davanti alla morte, per guarire dal falso vivere. Quando la incontri, ti basta uno spicchio di cielo da una finestra al quinto piano, di un anonimo ospedale. E quello spicchio ti servirà per il viaggio di ritorno.

C.S.: Nell’evoluzione dello scrittore, il germe delle creazioni successive è sempre contenuto nelle prime. Le è mai capitato di riprendersi uno stile dal suo passato per inserirlo nelle narrazione future?

Patrizia Di Donato: No, mi è capitato di tornare su certi scritti per ascoltarmi ma nutro delle eccessive pretese sulla mia scrittura. Leggo, rileggo, strappo, ricomincio e alla fine mi costringo ad abbandonare il racconto terminato perché continuo a correggere, a ripetere ad alta voce, e la consapevolezza dell’inadeguatezza alla fine mi spinge a partorire un figlio che andrà dove vorrà.

C.S.: In quale momento della giornata scrive?

Patrizia Di Donato: Io scrivo all’alba. E’ il momento più bello della giornata, per me. I pensieri sono leggeri e non  ho pesi da trasportare. C’è silenzio, i telefoni sono muti, i tegami riposano uno fra le braccia dell’altro, il camino nasconde un po’ di brace nel timore di essere ravvivato e soprattutto, non ho doveri, non sento la colpa che l’orologio infligge. Mi preparo un caffè e inizio a scrivere.

C.S.: Tra gli autori contemporanei a quali si sente più vicina e perché?

Patrizia Di Donato: Gli autori che amo sono inconciliabili come la mia natura, allegra e drammatica.

Amo Fante e la Mazzantini,  Zio Fred in primavera e Marie Cardinal,  Lettera a un bambino mai nato e  Tre uomini in barca. Il cimitero di Praga e Pietro Citati. Rosetta Loy, Le prugne verdi di Herta Muller,  la Mansfield.  Amo gli autori anonimi, quelli relegati nelle zone lontane dell’entrata di una libreria. Amo i poeti, Neruda, Sanguineti, Merini.  Amo la carta scritta.

C.S.: Come ha conciliato la sua passione per la scrittura con la famiglia e con il l’insegnamento?

Patrizia Di Donato: E’ stato un divorzio e un riappacificamento continuo. Ciò che scrivevo lo distruggevo per fare un dispetto a me. Mi vergognavo di scrivere. Nascondevo i i fogli fra le schede delle vaccinazioni, dietro i regali che arrugginiscono, fra le lenzuola da non usare. Ho insegnato quattro anni, giusto il tempo per conservare nelle narici l’odore del gesso e il chiasso delle carte argentate. Una scrittrice è un’anima inadeguata. Dovrebbe vivere in luogo scritto. Ma una scrittrice è anche furba e usa la sua vita, le sue  fosse per guardarci dentro e raccontarlo a tutti. Rido con la mia famiglia oggi, e all’alba ne scrivo.

C.S.: Lei è una persona ottimista o pessimista?

Patrizia Di Donato: Una delle mie figlie sostiene di possedere il segreto di Polyanna, un personaggio di un cartone animato che trovava il lato positivo in ogni situazione. Del tipo, hai perso un dente davanti? Ne hai tanti altri. Ti si è rotta una gamba? Quando si sanerà l’apprezzerai molto di più. E sempre lei che mi ha ripetuto: guarirai mamma e parlò con un professore che mi sussurò : l’ottimismo salva. Risposi: va bene e Polyanna dormì. Positiva e negativa. Così sono. Alterno l’ottimismo al pessimismo, ondeggio con l’ottovolante che a tratti mi mostra il cielo e a tratti la terra. E mentre scrivo penso ai “che”, perché non mi piacciono  e li uso come un’affamata. E anche di questo mi fa ridere e mi deprime.

C.S.: Una data molto importante nella sua vita?

Patrizia Di Donato: Mi arrivano tante date, in fila per il pane. E io le scaccio. Non ho date, non posseggo numeri, non ricordo quanti anni hanno i miei genitori, faccio fatica a ricordare le date di nascita delle mie figlie,  odio i compleanni  e ai mercatini acquisto quei calendarietti con i bambini color pastello e le date di nascita, per dimenticare ugualmente. Mi meravigliano gli anziani. Hanno smarrito le chiavi di casa ma ricordano il giorno del loro matrimonio, l’anno delle pestilenze, l’anno dell’intervento alla cistifellea, l’anno del trasloco, il giorno che il padre le cacciò di casa e la caduta da un olivo. Investono sul passato perché il futuro è avido. Io non ho date, glielo confesso come l’alunna senza apparente giustificazione.

C.S.: Qual è il suo rapporto con Internet?

Patrizia Di Donato: Internet è un coltello. Ci affetti il pane e ci uccidi.  Io non sono una  sua buona amica e lui lo sente. Prendo ciò di cui ho bisogno e vado via. Ogni tanto mi confondo e inciampo. L’ho cercata perché soffro le esclusioni, gli abbandoni, il nuovo analfabetismo, l’ignorare i nuovi idiomi. Internet è una finestra vera e dipinta sul muro. Ciò che mi preoccupa è la malvagità della trasparenza. Mondi chiusi, fasulli, senza facce e orecchie, senza fiati. Mondi inventati ed effimeri. Mondi a cui non interessa chi sei, cosa pensi, dove vuoi andare. Gli serve la tua schiena. Internet  andrebbe usato come  una saponetta, un piatto di pasta,  un biglietto aereo. Da usare per l’uso. E preferire il dialogo, il confronto, la pelle, l’odore umano, l’indice intriso di saliva sui numeri delle pagine, l’impegno e all’allegria.

C.S.: Lei è nata a Giulianova, qual è il rapporto con la sua città?

Patrizia Di Donato: Mi sono allontanata dalla mia città per diciotto anni. Ho seguito mio marito a Roseto degli Abruzzi, a pochi chilometri dal mio paese.  Poi una mattina mi sono svegliata e gli ho detto: devo tornare a casa. E lui è venuto con me. Ti devo diciotto anni, disse. Giulianova è una donna bella e intelligente. Rara. Il porto vecchio,  le navi attraccate al porto nuovo, l’odore tenace del petrolio, le risacche di noi bambini. Si vergogna delle assenze Giulianova. Le pinete, le altalene di corde fra un ramo, le strade bianche e buone, l’erba alta e le lucciole. Il mio paese ha visto e sa. Lo amo per questo. Lo amo anche quando tornando la scorgo da lontano. Il tremolio delle luci sul mare, un mare e una spiaggia generosi. Dall’alto,  il monumento di Vittorio Emanuele a vigilare gli orizzonti. I sampietrini discreti. Anche quando a tratti invecchia, Giulianova ha sempre qualcosa di bello da raccontare. E io non mi stanco di ascoltarla.

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