Prefazione alla poetica di Siddharta-Asia Lomartire – Carmen De Stasio

Prefazione alla poetica di Siddharta-Asia Lomartire – Carmen De Stasio

Mar 21, 2011


 

Nei versi di storie che non fanno storia …

… Nelle parole mute …

L’arte è una scelta sofferta, giacché sovente la terminologia scelta per affrontare argomenti che raggiungano il pubblico si ferma nel punto in cui lo sguardo-mente non riesce a penetrare gli interstizi di un’opera. Di una poesia. Il percorso è arduo e sovente arido o inaridito da bizzarre tendenze che mirano a sconvolgere concetti relativi a situazioni storiche che nel tempo hanno decretato la velocità progressiva e un cambiamento – talora stravolgimento – delle prospettive.

Ancora una volta siamo spettatori di un cambiamento rispetto alla innovazione sopraggiunta lentamente nel corso degli ultimi anni ed è alquanto impossibile attualmente parlare di stile del periodo, giacché non una scuola di pensiero si percepisce all’orizzonte, ma una molteplicità di proiezioni che presentano un elemento stabile di congiunzione, che si rivela nella richiesta pressante di dialogo attraverso il mezzo a sé più consono.

La poesia di Siddharta-Asia Lomartire è proiezione contemporanea al suo tempo: è un libro di immagini che rivela un parlare sommesso e sommerso, scomposizione di idee-percezioni-intuizioni, di segni metaforici che nel successivo montaggio di vibrazioni uniscono inesorabilmente l’oggettività con il segno del soggetto, avanzano lungo un percorso dal soggettivismo all’oggettivazione semplicemente incrociando destini individuali e collettivi in associazione libera, ma non disordinata.

Sono versi che parlano di storie che non fanno storia, che vivono e si nutrono di una cultura che apre nuovi varchi alla essenzialità dell’individuo, che non sono oggetto di indagine sociologica perché non urlano, non si impongono. In una scrittura dallo stile fresco si rigenerano pensamenti in un’applicazione individualmente logica, che contempla la vita nei suoi tratti fisici, ne assorbe il significato intimo e ne offre una descrizione che tiene in forte considerazione il vissuto e la proiezione personale.

I silenzi assordano come rumori della quotidiana esistenza, il cui lessico comprensibile si impregna di una significazione intimista e sofferta, ondeggia lungo percorsi fluidi di una coscienza elevatasi a consapevolezza della forza che emana dalla parola e dall’ordine stesso delle parole. Una continua, scomposta affermazione di sé che unisce la frammentarietà dei colori di un’esistenza che si affaccia ostruita e costruita dalle circostanze e che si carica di possente energia:

un abbaglio, ed un foglio bianco dinnanzi a me //……// che la mia stessa gioia non ci credeva // ………………// e le forme prendevano colore // ………(da Il foglio e il pennello)

Evidente é il tenersi dietro le quinte con un sentore di non appartenenza e un desiderio di esserci, soprattutto per sé. Fastidio e noia agiscono come veri sobillatori di un ordine intimo in cui si cerca con sforzo di organizzare la propria esistenza, di trovare uno spazio dove non ripetersi e nel quale ritrovarsi con le proprie dita, la propria testa, la propria penna non meramente per distinguersi, ma per configurarsi fuori dalla serpeggiante omologazione. Questa l’angoscia, questa la lotta, una storia di cui non si può conoscere la conclusione, rinviata ad un poi distante. Ciò che conta è il passaggio, quanta intensità sia stata evidenziata e distinguersi per se stessi e non per apparire necessariamente diversi.

La struttura eclettica e dinamica dei versi segue l’ordine dei pensieri secondo un flusso di coscienza che mescola con agilità la descrizione di momenti (autobiografici o presunti tali) con la percezione estemporanea. Il ritmo fragoroso del pensiero permea la parola di tinte sovraccariche di tensione, di spasmo violento, per poi ricongiungersi con il silenzio in un mutismo che conforta nell’inquietudine.

Timidamente nascosta in un angolo dal quale riesce a concepire le sue parole come scie di colore sparse sul foglio bianco, Siddharta si lascia trasportare non dalla verità di altro, ma da se stessa, raccontando una storia di sé, la sua evoluzione, parlandosi senza sentenze imbastite di assoluto e rinnovando ogni volta una nascita, l’approccio ad una vita come “esercizio” senza fine (quando tutto tace, non odo più i rumori che possano //- attirare la mia attenzione…..// quando tutto tace, anche i miei pensieri più non mi // accarezzano sconfitti dal silenzio // ………………….quando tutto dorme, vorrei dormire anche io (da Quando tutto tace, quando tutto dorme)

Non è questa una storia narrata? Questi versi sarebbero piaciuti ad Alfonso Gatto, a Cesare Pavese o ad Antonia Pozzi.

Immerse in un’atmosfera di profonda malinconia, le parole e la sintassi sono utilizzate con un senso di libertà e di continuità che cancella le certezze prospettiche e si incanala all’interno di percorsi silenziosi eppur roventi per porsi quesiti sul senso della (propria) esistenza. Un’indagine descritta attraverso un linguaggio comune ma che si insinua a rappresentare contesti nuovi, ardui e rappresenta l’imperfezione della visione mediante un impianto completamente assorbito dalle emozioni, rivelato attraverso paradossali similitudini, criptiche metafore che l’autrice racchiude in titoli allusivi in sospensione.

Frenetica e coinvolgente, la poesia di Siddharta si configura come un movimentato dialogo tra tutte le componenti; anche i frequenti segni grafici intervengono a costruire un ordine, mantengono il ritmo, lo interrompono non permettendo alla lettura di scorrere veloce e sfuggente. Ogni situazione diviene pretesto per aprire un varco alla riflessione e crea una tensione complessa in cui le intuizioni le costanti richieste per scrutare e conoscere oltre, per scoprire nuovi messaggi che possano alimentare il desiderio di appartenenza formulano una rima interna in cui osare leggere amarezza, disinganno, malinconia e desiderio di uscire dall’isolamento.

La parola diviene strategia per compiere il miracolo, per accompagnare l’autrice verso un mondo di intercomunicazione tra le proprie percezioni del fuori e di sé e metterle in contatto con i segni della natura. L’azione si svolge in solitudine ed è all’interno della sua stanza che cerca le risposte, tentando una sorta di compromesso tra l’io e il pensiero, con un senso di divina richiesta di trovare una porta e di creare uno spiraglio per dar senso alle cose e dunque a se stessa. Un luogo per auto-riconoscersi. In tal senso le parole assumono un effetto di spontaneità, di rabbia, di inatteso, perché permettono di fermare l’attenzione su quanto nella parola detta e sfuggita non si coglie. O non si desidera accogliere.

Written by Prof.ssa Carmen De Stasio

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