Intervista di Giovanna Arabini a Fabrizio Marrocu ed al suo "Uncle Bubbles"

Intervista di Giovanna Arabini a Fabrizio Marrocu ed al suo "Uncle Bubbles"

Mar 11, 2011

G.A.: A me il film è piaciuto molto perchè pur partendo da una trama a prima vista semplice (le conseguenze di un’eredità su una famiglia di 4 fratelli) si sviluppa in maniera interessante e su più livelli. Era questo l’obiettivo? Il risultato finale è stato quello prefissato o qualcosa è cambiato durante la realizzazione, in itinere?

Fabrizio Marrocu: Siamo partiti da un canovaccio molto breve, circa mezza pagina Word, che serviva a delimitare dei checkpoint narrativi. Praticamente la storia che vedi nel corto, ma molto più semplificata e lineare, senza diverse scene nate in fase di ripresa e senza nessun riferimento legato all’estetica o alla forma. La mia premura principale era quella di realizzare delle atmosfere, non tanto delle scene. E per questo c’era bisogno di delimitare due livelli: luogo e personaggi. Cosa fondamentale è avere chiaro il mood mentale del progetto, quella sorta di “look emotivo” che ne determinerà poi il carattere.

L’imprinting deve avvenire dentro la tua testa, nella dimensione delle intenzioni. Cerco sempre di non fare tanto caso alla scena in sé quanto al comportamento degli attori, che portando avanti il loro personaggio in vista del raggiungimento di quei checkpoint di cui parlavo prima, possono muoversi liberamente dando modo al proprio personaggio di vivere attraverso di loro. Se nella tua testa hai un film drammatico e assecondi la realtà con quell’idea, e resterai concentrato su quell’idea, verrà fuori un film drammatico. È come essere tristi o essere felici ed esprimerlo attraverso la scrittura. Un bravo scrittore raggiunge il lettore con i sottotesti che è in grado di generare attraverso le sue strutture, non tanto attraverso singole parole o singole frasi. La scrittura più efficace si esprime probabilmente attraverso i sottotesti che è in grado di generare, attraverso il non apertamente comunicato, che costituisce alla fine ciò che viene effettivamente comunicato.

G.A.: Gli attori sono tutti non professionisti ma particolarmente efficaci. Come è avvenuta la selezione? Ci sono stati dei casting? Cercavate dei “phisyques du rôle” particolari?

Fabrizio Marrocu: Gli attori del nucleo familiare sono tutti miei amici. L’uomo che interpreta il dottore, Ettore, insegna invece agronomia in una scuola superiore a Cagliari. Non ci sono stati casting. Avevo scritto il soggetto pensando già a chi avrebbe potuto interpretare quei ruoli e ho chiesto a ognuno di loro, uno per uno, se sarebbero stati disponibili a girare con me. Marcello, che in Uncle interpreta il fratello minore, aveva già incarnato un paio di personaggi in due miei corti vecchi. Due caratteri molto diversi tra loro, con molte sfaccettature e resi in maniera estremamente interessante. E non è un attore. O almeno non vive del mestiere dell’attore. Ma lo è. Sono cresciuto con loro cazzeggiando in adolescenza. Alla fine negli anni scopri che alcune persone che frequenti possiedono lati che consideri geniali, magari perché ti fanno ridere (certe scenette improvvisate e spontanee in cui qualcuno “diventa” qualcun’altro o qualcos’altro) ma che vengono presi sottomano, come cose normali. Ho cercato di far emergere quei lati delle loro personalità, ma in funzione di qualcosa di coeso.

G.A.: Ho letto da qualche parte che la sceneggiatura è stata scritta con Flavio Picciau e mi sono chiesta come potesse essere nata considerando che hai diretto “Uncle Bubbles”, a quanto leggo, con la tecnica dell’ “Improvisation” che, come ci si aspetta dalla definizione, pone centralmente la possibilità di improvvisare e per me, una control freak, questo ha un pò il sapore dell’anarchia. Gestisci in maniera tranquilla i risultati di questa tecnica? Non hai mai paura che il lavoro ti “sfugga” dalle mani? Lo chiedo perchè io ne sarei gelosa (e una pessima regista probabilmente)…

Fabrizio Marrocu: Non c’era una sceneggiatura ma una sorta di soggetto avanzato senza battute. Il plot principale è nato nel giro di 3 o 4 sms che mi sono scambiato con Flavio una mattina mentre eravamo entrambi a lavoro. La storia era abbastanza diversa, più semplice, e anche i personaggi avevano alla fine altre mire. Abbiamo cominciato con “Improvvision” (in quanto l’impro non è solo attoriale ma anche tecnica e di visione in larga parte) proprio per “lasciarci sfuggire il lavoro dalle mani” come principio base. Il ragionamento che sta a monte del mio metodo di lavoro è molto semplice e cercherò di spiegartelo con un esempio. Stai camminando in una strada e senti dei rumori provenire dalle case. Il cinema ti consentirebbe di vedere contemporaneamente il personaggio che cammina, ciò che succede contemporaneamente in 5 case da dieci punti di vista, e la reazione del personaggio alla tensione crescente ma che per motivi logistici probabilmente nemmeno vedrebbe. Avresti una visione chiara e didascalica di ciò che sta succedendo. Il controllo sulla situazione. Un livello di consapevolezza che non può esistere nella realtà. Quando giro non mi calo nei panni del deus ex machina che ha già scritto tutto, che ha già tutto nella mente e che usa gli attori come dei bambocci col compito di percorrere passo passo il suo percorso mentale.

Nei miei lavori rifiuto questa onnipotenza, ho dei personaggi istruiti semplicemente ad essere se stessi che caccio in mezzo a delle situazioni. Situazioni base da cui decido di lasciarmi a mia volta sorprendere, in quanto nella stessa realtà non ci sono dei timer che definiscono delle scadenze e delimitano ciò che accade in maniera aprioristica. La realtà stessa non sarebbe veritiera. Utilizzo questo approccio da 3 anni e lo sto perfezionando. Le modifiche riguardano soltanto la possibilità di gestire con maggiore efficacia il maggior numero di situazioni possibili con questo metodo. C’è una retoricità nel caos che mi piacerebbe imparare a governare. Si potrebbe avere lo stesso approccio anche verso la vita, ma non è semplice perché non percepiamo quel che accade attorno a noi attraverso uno schermo.

G.A.: Una buona parte della bellezza di questo tuo lavoro è data, a mio parere, dalla location: un terreno aspro, enorme, un pò inquietante e gli edifici diroccati e spogli. Che ruolo ha avuto nella genesi del film? Avevate già deciso che avreste girato là durante la stesura dello script o è stata una scelta successiva?

Fabrizio Marrocu: Lo script era già stato scritto e avevo bisogno di un terreno dismesso, fuori dal paese. Luca (Marras), che mi ha assistito durante la fase di preparazione, mi ha messo davanti ad un paio di opzioni e mi ha portato in questo terreno. È stato il primo posto che abbiamo visitato. 13 ettari di niente. Quell’erba che vedi nelle camminate o quando i personaggi corrono, non era erba ma spine. Era veramente ostile. Il luogo adatto ad ambientarci una storia del genere.


G.A.: Di chi è stata l’idea del finale? Non è che lo sveliamo ma volevo dirti che mi è sembrata una vittoria (piuttosto amara e incosciente) dei più deboli, ciò che era nella mente dei”malati” si materializza proprio davanti agli occhi dei “sani”. Un finale onirico che a me è parso particolarmente azzeccato…

Fabrizio Marrocu: Il finale è stata l’unica cosa che non è mai cambiata in nessuna delle versioni dello script. L’unico punto fermo. Ho cercato allo stesso modo di renderlo il più aperto possibile -nonostante costituisca dal punto di vista del montaggio la sequenza più chiusa di tutto il lavoro. Non saprei. Non mi dispiace la tua interpretazione comunque.


G.A.: La presenza di “Uncle Bubbles” in “The SarDorialist” non è usuale, il mood è in genere più giocoso e colorato però speravo sinceramente che tu accettassi di parlare con me del tuo lavoro. In effetti mi è sempre stato fatto notare che quando rispondo alle domande relative al blog viene sempre fuori una nota un pò drammatica e poco glamour (anche se vorrei essere glamour, no, davvero, però è un Epic Fail continuo). Rimarco sempre la mia provenienza basso-sulcitana e il fatto di essere cresciuta in una realtà in cui la crisi e il disagio sociale erano all’ordine del giorno e gli scenari di “Uncle Bubbles”, sebbene enfatizzati, mi sono sicuramente più “familiari” rispetto a quelli patinati che tanto mi piacciono.

Non mi voglio certo paragonare a te, io sono una cazzona, ma credo che chiunque sia nato nella parte meno trendy, probabilmente più bella, sicuramente più disastrata dal punto di vista economico della Sardegna si porti dentro un pò di crisi. E’ così anche per te? O pensi che avresti affrontato certe tematiche indipendentemente dall’ambiente in cui sei cresciuto?

Fabrizio Marrocu: Tutti noi, come sardi, abbiamo un po’ avuto a che fare con situazioni del genere. Poteva essere il vicino, poteva essere un parente, potevamo essere noi. Personalmente non ho mai vissuto situazioni di questo tipo sulla mia persona, ma non è detto che non abbia voluto far trasparire dal corto alcuni lati della mia biografia estremamente sublimati. C’è sempre un po’ del proprio vissuto in ogni creazione o manufatto. La tematica affrontata non è stata comunque dettata da esigenze o necessità o ricerche sulla tematica o su quell’ambiente in particolare. Una storia vale l’altra. Siamo puntini nell’universo e nessuno sentirà la nostra mancanza quando il pianeta collasserà su se stesso a causa di un overflow di foto di gattini caricate su Internet.


G.A.: Mi chiedevo se avessi mai pensato di dirigere una commedia. Ti piacerebbe o pensi che non sia nelle tue corde?

Fabrizio Marrocu: Ho tentato due approcci verso il genere leggero -anche se non totalmente- in due miei vecchi corti, “Paolo”, e “Arturo”. Per restare in tema con la domanda forse più in “Arturo” sono presenti dei momenti di questo tipo. A una commedia dall’inizio alla fine, leggera, ma con dei toni molto da black humour ho già pensato e potrebbe anche essere. Non c’è niente che non senta nelle mie corde, se fatto con criterio e con una base concettuale forte. Quando ero studente annotai su un libro: “Noi non critichiamo l’oggetto, critichiamo l’atteggiamento che l’ha generato”.
G.A.: So che ora ti stai dedicando alla promozione di “Uncle Bubbles” ma hai già qualche idea per un progetto futuro? Vedremo presto un tuo nuovo lavoro o ci toccherà aspettare un po’?

Fabrizio Marrocu: Ho diverse idee. Una in particolare abbastanza precisa. O forse due abbastanza precise. Ma già il fatto che abbia usato i termini “forse” e addirittura due volte il termine “abbastanza” la dice lunga su quanto possa essere precisa la mia stima. In genere faccio una cosa all’anno.

G.A.: Ora ti porrò domande un pò più stupidine (ancora di più, sempre di più), nel mio stile, di quelle sceme sceme che tanto mi piace fare.
Disastro ambientale cazzuto da virus zombificante: proprio a te, Fabrizio Marrocu, si chiede di salvare su uno shuttle in fuga dal pianeta Terra 5 pellicole cinematografiche (ti chiederai perchè l’hanno chiesto a te: tutti gli altri registi sono morti ad eccezione di te e Muccino. Io ho sparato in fronte a Muccino per tutelare ciò che resta dell’umanità, quindi ti tocca.).

Fabrizio Marrocu: Visitor Q (Takashi Miike), Nouvelle Vague (J. L. Godard), Il seme dell’uomo (Marco Ferreri), Salò o le 120 giornate di Sodoma (P. P. Pasolini), Dogville (Lars Von Trier).

G.A.: Che musica stai ascoltando adesso? C’è una canzone di cui vorresti girare (o vorresti aver girato) il video?

Fabrizio Marrocu: Non sto ascoltando nulla al momento. Vorrei produrre però qualcosa di molto rumoroso e japanoise oriented. L’ultima cosa che ho ascoltato, ieri, sono stati i primi quattro brani di Red Medicine dei Fugazi, ma nel cuore ho soltanto Pain Jerk e Government Alpha. Al momento. Anche se non li ascolto.

G.A.: Guardi mai dei film bruttissimi la quale bruttezza ti è palese ma li guardi ugualmente? Io ieri ho visto un film strappalacrime con Mandy Moore nel ruolo della brava ragazza malata che muore e alla fine ho pure pianto. Era una cosa oscena. Orrenda. Eppure l’ho guardato tutto. Sii umano, dimmi che lo fai anche tu.

Fabrizio Marrocu: Lo faccio anch’io, sì. :) Potrei essere piuttosto incazzato per i film brutti che passano, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. Ed anche i film bruttissimi sono riflesso dell’attorno, sono prodotti del mondo, ne sono anch’essi uno specchio, magari deformante, ma sono un punto di vista di qualcosa di più grande, che alla fine dei giochi è meraviglia. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola vita. (cit.)

G.A.: C’è un film universalmente considerato un capolavoro, magari materia di studio all’università, che però a te fa schifo o, perlomeno, consideri sopravvalutato?

Fabrizio Marrocu: Non so se sia considerato un capolavoro, ma ho un conto in sospeso con la Medea di Pasolini. Anche dopo 5 caffè non sono mai riuscito a guardarlo per più di 20 minuti senza addormentarmi.

G.A.: Qual è l’ultima pellicola che hai visto al cinema? Ti è piaciuta?

Fabrizio Marrocu: Forse l’ultimo film visto al cinema è stato “The social network”, di Fincher. E… sì, mi è piaciuto. Avrei preferito vedere “Machete”, che ho aspettato molto, ma purtroppo da noi non è arrivato.

Ringraziando per l’ennesima volta Fabrizio vi rimando alla visione di “Uncle Bubbles” (qui) e al suo canale vimeo per dare un’occhiata agli altri suoi lavori (qui).
Ci fa piacere anche segnalarvi il compositore della colonna sonora del film che si chiama Stefano Guzzetti (stefanoguzzetti.com) e Alessandro Loddi il fotografo che ci ha regalato gli scatti del backstage (questo è il suo flickr).
Chiaramente estendo i complimenti al cast e alla troupe.
Queste sono robe sarDorialiste serie.
Intervista a cura di Giovanna Arabini per The SarDorialist.

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