Intervista di Carina Spurio a Mattia Albani ed al suo "Il verso del coniglio"

Intervista di Carina Spurio a Mattia Albani ed al suo "Il verso del coniglio"

Mar 11, 2011

Mattia Albani, classe 1986, è nato a Giulianova. Ha conseguito numerosi riconoscimenti in concorsi nazionali ed internazionali di prosa e poesia. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di poesie, dal titolo L’apnea dei 22. Rincalzi d’albe e scucite metafore (AlettiEditore).”I conigli non sono quello che sembrano”, è questo il leitmotiv de “Il verso del coniglio”, edito da Schena Editore, nella collana Pochepagine.Il verso del coniglio è la storia del giovane Samuel Nietzsche, adolescente Amish da poco tornato a casa dopo il tradizionale periodo di Rimspringa. Tutto sembra andare per il meglio, quando il ragazzo si trova improvvisamente catapultato in un incubo: a cause della consanguineità dei genitori, Samuel Nietzsche contrae una rarissima malattia che impedisce al fegato di metabolizzare la birilubina.

C.S.“Il verso del coniglio” trionfa alla XIII Edizione del Premio Nazionale di Narrativa“Valerio Gentile”. Racconta …

Mattia Albani: Dunque, la storia è più o meno questa: nella rigorosa comunità Amish della Pennsylvania, dove i precetti e i costumi dell’antica religione dei padri non vengono minimamente scalfiti dal progresso tecnologico e dalla modernità, il diciassettenne Samuel Nietzsche è assalito da una misteriosa malattia, che nel giro di pochi mesi mette in crisi tutte le sue certezze e le sue prospettive. La sincera amicizia col coetaneo Jacob Goethe resta per lui l’unica luce, mentre tutto il suo mondo gli crolla addosso. La tradizionale fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta sarà accompagnata dall’impercettibile presenza di conigli …

Sembra un po’ angosciante, detto così, però alla fine è anche divertente.

C.S.: Tra le pagine del tuo libro si legge: “I conigli, in genere, non emettono versi. Quando li emettono c’è da preoccuparsi. “Di solito urlano, soffiano e rantolano. È proprio un verso, quello che sento io. Se urlano si dice l’urlo della morte, perché si sentono talmente in pericolo che credono di stare lì lì per morire. È il verso della preda, allora, ma la morte non è la preda, semmai il cacciatore.” Sembra che l’ombra della morte non abbia risparmiato nessuna generazione nemmeno noi: i figli di mezzo della storia, cresciuti davanti alla televisione a volte predisposti a credere che un giorno saremo milionari, divi del cinema, famose rockstar, negli ego più svalutati protagonisti del Grande Fratello …

Mattia Albani: Non vorrei sembrare menagramo, ma l’ombra della morte non potrà mai risparmiare alcuna generazione. È una cosa naturale. C’è e basta. Bisogna mettersi l’anima in pace e godersi il tempo dell’attesa nel miglior modo possibile. Alla fine arriva per tutti, ma la differenza non è come viene, ma come hai vissuto l’attesa. Non criminalizzerei i figli di mezzo della storia, anzi, loro se la godono proprio la loro attesa. Così dovrebbe essere. Perché l’ombra della morte è come quella di Peter Pan, puoi anche chiuderla in un cassetto ce ci riesci, ma alla fine ti sembrerà di esserti dimenticato di metterti le mutande.

C.S.: Come è nato questo libro? Qual è stata l’immagine e con essa il personaggio che ha dato il via a tutto?

Mattia Albani: Ho scritto un romanzo perché me n’è venuta voglia. Credo sia una ragione più che sufficiente per mettersi a raccontare. Ho incominciato a scrivere mosso da un’idea seminale. Avevo voglia di far morire agonizzante un fanatico religioso. Credo che un romanzo nasca da un’idea di questo genere, il resto è polpa che si aggiunge strada facendo.

C.S.: Quando hai iniziato a scrivere avevi in mente che il tuo libro sarebbe stato pubblicato?

Mattia Albani: Ovviamente. Quantomeno lo speravo. Va be’ che l’uomo è animale fabulatore per eccellenza (cfr. Eco), ma nessuno si mette a scrivere un romanzo senza la speranza che gli venga pubblicato. Non si scrive per riempire i cassetti. Si scrive per vedere il proprio nome stampato su un libro bell’e fatto.

C.S.: Mattia, quanta vertigine c’è nella scrittura?

Mattia Albani: Praticamente nulla. La mia è una scrittura molto lucida e misurata, dove tutto va dove e come deve andare per la buona riuscita dell’effetto finale. Non scrivo sotto ispirazione, preso da chissà quale vertigine; scrivo davanti a un computer, con la scrivania piena di appunti su come dovrebbero andare le cose. Tutto qui. Non ci credo a chi dice che scrivere  nel raptus dell’ispirazione. Quando un autore dice così, mente. Genius in twenty per cent inspiration and eighty per cent persiration.

C.S.: Com’ è il tuo metodo di lavoro? Quante ore al giorno scrivi e dove?

Mattia Albani: Molto casuale. Non mi do degli orari, la scrittura non è un lavoro, bensì un’attitudine. Tutto parte da un’idea seminale, poi inizio a ragionarci su (la prima cosa che cerco è il titolo, comunque) e butto giù fogli su fogli di appunti. Poi a volte restano lì per mesi o, addirittura anni, prima che li riprenda, altre volte, invece, mi ci butto a capofitto e nel giro di pochi mesi il romanzo è bell’è pronto. Non mi dedico mai completamente ad un solo romanzo, ne porto avanti diversi; tanti romanzi aperti nei quali mi infilo a seconda della voglia del momento.

C.S.: Chi è Mattia Albani?

Mattia Albani: Un venticinquenne irritabile al mattino, di malumore il pomeriggio, lunatico la sera. Acrofobico, agorafobico, antropofobico, apifobico, demofobico, hafefobico, sociofobico, palesemente paranoico, tendenzialmente depressivo e schizzotipico. Un bel ragazzo, nonostante ciò.

C.S.: Quali autori ti hanno influenzato o ispirato?

Mattia Albani: I primi che mi vengono in mente sono: Poe, Rimbaud, Baudelaire, Mallarmé, Campana, Bulgakov, Dostoevskij, Borges, Foscolo, Marquez, Luther Blisset, Mishima, Böll, Cèline, Joyce, Jarry, Kafka, Orwell, Bukowski, Saramago, Miller, Svevo, Hemingway, Tolstoj, Calvino, Wilde, Kundera, Baricco, Ricciarelli, Eco, Lovecraft, Lauteamont, Hugh Hefner, Savage, Palahniuk, Simenon e Walt Disney.

C.S.: Hai scritto un libro di poesie dal titolo “L’apnea dei 22. Rincalzi d’albe e scucite metafore”, Aletti Editore. La poesia secondo te da dove viene e come si manifesta?

Mattia Albani: Come tutte le cose, la poesia ti viene da dentro. Per me è come un gioco. Anche il gioco ti viene da dentro, come un growl. Ecco, la poesia è come un growl: ti viene da dentro, lo trattieni finché puoi e poi lo lasci uscire liberamente, di solito di nascosto. Poi, una volta che l’hai vomitata tutta lì sulla pagina, così come t’è venuta, di getto, inizi a lavorarci, a pulirla, a limarla a renderla presentabile e farla passare per qualcosa di serio, non solo per un gioco. Quando dico che la poesia è un growl e un gioco di solito la gente inorridisce. Per me è così, comunque, non c’è santo.

C.S.: Internet …

Mattia Albani: Internet è la valvola di sfogo dei poeti contemporanei, la vetrina di chi ha aspirazioni letterarie e il mezzo migliore per pubblicizzare qualcosa senza spendere una lira. Certo, non sostituirà mai il buon vecchio libro, ma ci andrà vicino. Internet e letteratura (così come internet e tutto il resto) sono destinati a seguire percorsi paralleli e vicinissimi. Magari riusciranno anche a incrociarsi un giorno, ma sarà solo la coincidenza di un momento, poi ognuno se ne tornerà per la sua strada.

C.S.: L’ultimo libro che hai letto?

Mattia Albani: Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, di Alfred Jarry

C.S.: Ti piace il cinema?

Mattia Albani: Molto. Adoro Arnofsky, Tim Burton, David Lynch, Stanley Kubrick e Tarantino. Rigorosamente in ordine alfabetico.

C.S.: Qual è il tuo rapporto con Giulianova Lido?

Mattia Albani: È la mia città. Molti mi consigliano di scapparmene via, per dare una svolta alla mia vita, ma mettersi a scappare dal posto in cui sei nato e cresciuto è come mettersi a scappare da se stessi, e da se stessi non si scappa neanche se si sali sul primo treno perso che ci ripassa davanti. Anche perché i treni andati non si possono prendere mai più e si rischia di passare un sacco di tempo a corrergli dietro, inseguito da quel te stesso da cui volevi scappare. Giulianova è la mia città, in sostanza. Questo dice tutto, no?


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