Intervista di Alessia Mocci a Stefano Guzzetti ed alla sua colonna sonora in “Uncle Bubbles”

Intervista di Alessia Mocci a Stefano Guzzetti ed alla sua colonna sonora in “Uncle Bubbles”

Mar 5, 2011

Stefano Guzzetti nasce a Cagliari nel 1972. La passione per le note inizia con Johann Sebastian Bach (1685-1750), passione che continua ad essere presente nella vita del musicista ancor’oggi.

Stefano Guzzetti

L’iniziazione di Stefano alla musica è ovviamente di tipo organistica, si muove inizialmente nello splendore della musica classica per poi costruire una personalissima via che porterà ad una sperimentazione votata allo svisceramento del linguaggio musicale e dei suoi costrutti semantici-uditivi-emozionali.

Da questo iperbolico studio si è giunti all’elettronica ed all’ambient, alla ricerca ed al riscontro di contesti in dicotomia tra il contingente ed l’essenziale.

Di recente Stefano ha collaborato anche con il cinema realizzando la colonna sonora del mediometraggio  “Uncle Bubbles” diretto da Fabrizio Marrocu, i brani dell’opera manifestano un’ intima capacità di scomposizione delle immagini in note.

Stefano Guzzetti è stato molto disponibile con noi nel rispondere ad alcune domande sulla sua vita e sulla sua arte. Buona lettura!

 

A.M.: La tua carriera musicale inizia a nove anni. Ti ricordi la sensazione che hai provato alla tua prima lezione?

Stefano Guzzetti:  Assolutamente sì. Ricordo benissimo. Avevo già alle spalle qualche lezione di musica avviata a scuola, ma volevo proprio approfondire la cosa. Mio fratello prendeva lezioni di organo elettronico (i miei pensavano che a lui interessasse tantissimo, nella vita poi l’ha finita a fare il dentista con una passione davvero profonda per il proprio mestiere) ed io ero avido di ogni nota che sentivo uscire da quello strumento musicale. Ero poi in fissa con la ‘Toccata e Fuga in re minore’ di J.S.Bach che, oltre ad essere un brano musicale di immensa bellezza e profondità, era per me anche fonte di varie sensazioni sinistre, visto che al tempo quel brano era usato come sigla di un ciclo televisivo di film horror su Rai 1. Conservo tuttora una fascinazione verso le cose decadenti e verso la musica non proprio allegra, grazie a quel connubio casuale che mi ha marcato la vita. Di fatto poi, la prima lezione è stata come aprire un cancello che non ho più chiuso. Adoro il linguaggio musicale, adoro il suono dell’organo (ho sempre in mente di comporre una serie di brani esclusivamente organistici), non quello tipicamente blues o jazz (l’Hammond per intenderci), ma quello liturgico, con i suoi suoni bassi, i bordoni ecc… Le mie prime lezioni erano focalizzate sull’imparare il primo minuetto dal ‘Diario di Anna Magdalena Bach’, scritto appunto da Bach per la moglie (e i figli) per puro scopo didattico e di intrattenimento. Quel minuetto lo suono tuttora di tanto in tanto perché per me vuol dire parecchie cose. In primis l’inizio di tutta la mia avventura musicale.

 

A.M.: Da allora ti sei evoluto notevolmente, ci puoi indicare i mutamenti stilistici maggiori avvenuti durante il tuo percorso?

Stefano Guzzetti

Stefano Guzzetti:  Dopo i miei primi anni esclusivamente segnati dalla musica classica, nei primi anni ’80 ricevetti per regalo un home computer, un MSX. Per mia fortuna non era il conosciutissimo Commodore 64, perché l’avrei finita a comprare le cassette con i giochi in edicola e non avrei fatto quello che  feci, ovvero: spinto dalla curiosità, iniziai a programmare in Basic ed in linguaggio macchina, con lo scopo di far suonare il mio computer insieme all’organo di casa. Ricordo ancora come se fosse oggi; in un programma in prima serata condotto da Pippo Baudo (si chiamava ‘Fantastico’) vidi degli svogliatissimi Kraftwerk che, per puri doveri promozionali, erano lì a proporre il loro singolo ‘Pocket Calculator’… avevo circa  11 anni, ma rimasi folgorato… quindi diciamo che la passione per la musica elettronica nasce allora per poi passare in varie fasi, dall’indie pop dei New Order negli anni ’80, all’acid house (amai alla follia quell’esperimento degli Shamen intitolato ‘In Gorbacev We Trust’ nel 1989), all’industrial (tutta la scena Contempo Records in primis, con Clock DVA, Pankow, Lassigue Bendthaus, ma anche la scena Minus Habens per esempio), alla drum’n’bass, sperimentale, ambient (in un breve periodo credo di avere ascoltato solo Brian Eno) ecc. C’è anche una parte di me meno elettronica e sperimentale, ed è quella nata dagli anni della mia adolescenza in cui scoprii artisti come Cure, Siouxsie & The Banshees, Joy Division, Death in June ecc… A 16 anni comprai il mio primo basso e da allora non ho mai smesso di suonarlo. Ho amato tantissimo la scena 4AD, quanto meno quella degli artisti del roster di Ivo Watts-Russell; parlo chiaramente di Cocteau Twins, Dead Can Dance, This Mortal Coil, His Name Is Alive, Clan of Xymox, Wolfgang Press, Lush, Pale Saints… ma anche di cose meno morbide come Pixies, Breeders, Throwing Muses ecc. Nei primi anni ’90 ho fondato assieme al mio grandissimo amico Valentino Murru un gruppo chiamato ‘Antennah’. Con quel gruppo ho avuto delle belle soddisfazioni, almeno fintanto che ne ho fatto parte, ma poi ho lasciato la barca per dedicarmi esclusivamente ai miei progetti di musica elettronica. Allo stato attuale sono iscritto al corso di laurea in ‘Musica e Nuove Tecnologie’ (ex-Musica Elettronica) presso il Conservatorio di Musica di Cagliari.

 

A.M.: In quale panorama artistico inseriresti il tuo prodotto?

Stefano Guzzetti:  Allo stato attuale io produco secondo vari tipi di forme musicali; non per l’urgenza di esserci ad ogni costo, ma semplicemente perché col tempo acquisisci certe dialettiche e le fai tue. Conseguentemente ami fare cose diverse, giusto per soddisfare la natura multiforme che col tempo si è formata. Nel mio sito (www.stefanoguzzetti.com) ci sono fondamentalmente tre sezioni musicali: una elettronica / ambient dove colloco i lavori di natura anche elettroacustica, i lavori nei quali l’estetica della macchina è proprio (ed intenzionalmente) palesata, proprio come un elemento imprescindibile. Nella sezione ‘Beats / Remixes’ ci sono appunto sia remix (adoro remixare, specialmente tenere solo la parte vocale di un pezzo e costruirci sopra una musica tutta nuova, cambiando il centro armonico e dando quindi alla voce un significato diverso) che pezzi elettronici anche ‘ballabili’. Infine una terza sezione ‘Piano / Suite Music’ racchiude molti pezzi di natura pianistica, o neo-classica, pezzi insomma che per esempio troverebbero facile impiego in una colonna sonora oppure in un documentario… Rispondere quindi alla tua domanda non è fattibile con una sola risposta: nel senso, faccio diverse cose, le mie creazioni si collocano in contesti abbastanza diversificati. Per esempio, a breve parteciperò al Signal col lavoro ‘Microcosmos’ ed a Miniere Sonore con il lavoro ‘Abandoned’, ma a breve uscirà il remix che sto producendo per il singolo ‘Passerà’ del mio amico cantante (peraltro bravissimo) Alessio Longoni.



A.M.: Gradiresti “l’etichetta” di un “intonarumori”?

Stefano Guzzetti

Stefano Guzzetti:  L’intonarumori era l’invenzione del futurista Luigi Russolo. Era una specie di campionatore dei primi del secolo. Nel contempo Erik Satie creava la sua ‘musica da tappezzeria’, una musica da suonare quasi in maniera impercettibile, la cui funzione era quella di ‘riempire’ la stanza, decorarla. Diciamo che concettualmente erano state gettate le basi dell’ambient music. Del resto le Gymnopedies di Satie questo sono: ambient music dei primi del secolo. Quindi, se l’intonarumori sta al campionatore come la musica da tappezzeria sta all’ambient music, sono molto onorato di quest’etichetta. Molto gradita. Anche perché, in molti miei brani, tipo ‘The Next Two Days’ o ‘Sea Flower’ da Microcosmos, ho proprio campionato rumori e suoni della natura e li ho scalati fino a farli diventare armonicamente consonanti col resto del pezzo. È bellissimo e molto interessante operare in questo senso, senza far sì che una scalatura (stretching) eccessiva non spersonalizzi la riconoscibilità e derivazione semantica del suono stesso. Intonare i rumori appunto; e cercare di fare delle cose interessanti con tutto questo.



A.M.: Recentemente hai curato la colonna sonora del medio metraggio “Uncle Bubbles” diretto da Fabrizio Marrocu e presentato ufficialmente al Settembre dei Poeti 2010 a Seneghe. Come ti sei rapportato nei confronti della concatenazione delle immagini?

Stefano Guzzetti:  Non perché sia un avvenimento recente, ma davvero, oggettivamente, credo di essere stato una persona molto fortunata ad avere incontrato Fabrizio nella mia strada. A volte ti capitano delle cose inaspettate, bellissime, che ti aprono un mondo intero. Ed io nel mondo di Fabrizio mi ci sono buttato a capofitto. Mesi fa, tramite un amico in comune, Fabrizio ha potuto ascoltare qualche mio lavoro; mi ha contattato e mi ha passato i link dei suoi primi lavori (nei quali è chiaramente visibile una grande penna ed uno stile del tutto fuori dal comune, per quanto acerbo in quei primi corti) ed il viral trailer di “Uncle Bubbles”. Vedere i pochi minuti di quel trailer mi ha fatto subito capire che quel corto (poi diventato un mediometraggio) sarebbe stato una bellissima occasione di entrare nel vivo del processo creativo con una persona speciale. Ed i fatti non mi hanno dato torto. Fabrizio è una persona che lavora sodo, si vede dai risultati dei suoi lavori finiti. E soprattutto è una persona di una consapevolezza estrema. Sa quello che vuole, sa quando può o non può fare qualcosa. Mi ha dimostrato grandissima professionalità trasferendosi a Cagliari per un paio di settimane nel periodo del montaggio; in quei giorni abbiamo davvero fatto un bellissimo lavoro di team, quasi componevo un brano al giorno (fortunatamente ero in ferie) ed a fine giornata andavo da lui a vedere come ci stava col girato. Io credo non sia così facile incontrare persone motivate come Fabrizio, soprattutto (purtroppo) nel panorama isolano; quando trovi persone di questo calibro devi solo ringraziare di averle incontrate e rimboccarti subito le maniche. E così ho fatto. Amo totalmente “Uncle Bubbles”, è elegante, poetico, e nel contempo ruvidissimo.



A.M.: Quali sono gli artisti che reputi siano stati decisivi per il tuo creare?

Stefano Guzzetti:  In circa 30 anni di musica nella mia vita, ci sono stati vari artisti che mi hanno segnato profondamente l’animo; a loro devo tutto, per esempio la scoperta di mondi complessi e nel contempo semplici e belli, di una poesia immensa. Parlo di Johann Sebastian Bach, Erik Satie, Maurice Ravel, il primo Michael Nyman, Philip Glass, Steve Reich, Arvo Part e Eberhard Weber. Ma anche di David Sylvian, Brian Eno, Cocteau Twins, Dead Can Dance, This Mortal Coil, Red House Painters, e tanti, tantissimi altri nomi ancora… Credo potrei rimanere giorni interi a parlare di musica, a parlare di dettagli, piccoli dettagli di un pezzo od una canzone che invece mi hanno dato l’intuizione per scoprire elementi musicali ben più ampi e profondi. Perché la vita è formata da piccoli dettagli, apparentemente semplici ed insignificanti che, se guardati da vicino, ti fanno sentire piccolo piccolo nella loro improvvisa grandezza. Una cosa la so per certo, me lo dico da un paio di decenni, chissà poi se succederà davvero: l’ultima volta che chiuderò gli occhi, se mai ne sarò consapevole, farò di tutto perché nella mia mente suoni ad alto volume ‘Holocaust’ dei This Mortal Coil (dall’album ‘It’ll End in Tears’ del 1984). Quegli archi mi straziano il cuore da sempre. Spero saranno la giusta apoteosi di tutto.

 

A.M.: Hai qualche progetto per il futuro? Ci anticipi qualcosa?

Stefano Guzzetti: Appena finiti gli impegni con il Signal e Miniere Sonore, finirò il remix per Alessio Longoni, poi credo inizierò una nuova produzione con il combo di Esse(d)Esse insieme a Raimondo Gaviano (Svart1), Roberto Belli (NihilNONorgan) e Mauro ‘Khil’ Melis. Inizierò poi (finalmente) la produzione di un nuovo lavoro incentrato sullo studio delle tessiture, sia dei materiali veri e propri che musicali. A fine anno andrò inoltre a suonare a Padova, Venezia e dintorni per la gente di Laverna (www.laverna.net ) con cui ho fatto uscire il mio lavoro ‘Silent Microcosmos’ a metà settembre. Nel contempo finirò anche la mia serie ‘Eight Planets’ e preparerò un live set di natura sicuramente ballabile.


Ringraziando Stefano per la disponibilità invito tutti i lettori ad ascoltare “Holocaust” ed a visitare il sito del musicista:

http://www.wavesoncanvas.com/Site/home.html

Per vedere “Uncle Bubbles” diretto da Fabrizio Marrocu:

http://www.vimeo.com/20332709

Info su “Uncle Bubbles“:

http://oubliettemagazine.com/2011/02/24/uncle-bubbles-un-film-di-fabrizio-marrocu/

 


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