“Emily, Antonia, Sylvia: Sacerdotesse del Quotidiano” di Donatella Basili, Rupe Mutevole Edizioni

“Emily, Antonia, Sylvia: Sacerdotesse del Quotidiano” di Donatella Basili, Rupe Mutevole Edizioni

Feb 28, 2011

Emily, Antonia, Sylvia: Sacerdotesse del Quotidiano”, edito nel 2005 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Saggi”, è una curata critica letteraria d’analisi sugli aspetti poetici di Emily Dickinson, Antonia Pozzi e Sylvia Plath.

L’autrice, Donatella Basili, è un esempio d’armonia tra la letteratura e la scienza, infatti è laureata in matematica ma da sempre, all’interno del suo animo, la presenza della vena poetica ha percosso le corde dei versi. Autrice di una raccolta di poesie “Ombre”, edita presso Rupe Mutevole, ha vinto numerosi concorsi letterari, fra i quali il primo premio di poesia “Ugo Carreca” nel 2000, e ha pubblicato numerosi racconti e saggi letterari in diverse riviste (“Resine”, “Thesis”, “L’iniziativa”).

Il saggio “Emily, Antonia, Sylvia: Sacerdotesse del Quotidiano” nasce dall’idea di trascendere il quotidiano e dal porsi come sacerdotessa del quotidiano, come recita il titolo dell’opera. Il trascendere il quotidiano vede come risultato ultimo la poesia, infatti si sconfina dal quotidiano trasformando quest’ultimo in versi. Donatella Basili, sin dall’infanzia si lascia trasportare dalla poesia e nota atteggiamenti di trascendenza in tre poetesse che sono sempre state avvolte da un velo di mistero e solitudine. L’autrice, così, analizza le tre diverse vite e stati sociali e culturali avvalendosi di meccanismi precisi di selezione delle tematiche riuscendo ad avvicinare tre donne, tre “io” lontani diacronicamente e diatopicamente.

Il saggio consta di un’introduzione e di tre capitoli denominati: “Emily Dickinson: l’io travestito”, “Antonia Pozzi: l’io fragile” e “Sylvia Plath: l’io schiacciato”.

L’autrice individua la poetessa americana  Emily Dickinson (1830-1886) come fondatrice dell’Ordine del Quotidiano. La Dickinson vive la sua esistenza mascherando se stessa, si finge una suora, una donna timorata, cerca di ridurre al minimo i suoi contatti con gli esseri umani, mostra un’instancabile purezza anche nell’abbigliamento vestendosi quasi esclusivamente di bianco. La Dickinson è l’io travestito che vive con la costante paura del giudizio del prossimo e di essere considerata “cattiva”.

“La crescita dell’uomo – come quella della Natura/ gravita dentro -/ l’Atmosfera e il Sole la Confermano/ ma si muove – da sola -/ Ciascuno – il suo difficile Ideale/ deve raggiungere – da solo -/ attraverso l’eroismo solitario/ d’una Vita Silente -/ Lo sforzo – è l’unica condizione -/ pazienza con Se stessi -/ pazienza con le forze contrastanti -/ ed un preciso Credo -/ Stare a guardare – è il Ministero/ del suo Pubblico -/ Ma l’Operazione – non è assistita/ da Incoraggiamento alcuno –

Questi versi, come nota la Basili, rappresentano il cammino poetico della Dickinson e la sensazione di sguardi incessanti alla quale era soggetta.

Il secondo capitolo è dedicato alla poetessa italiana Antonia Pozzi (1912-1938), un’anima che non viveva la sua vera essenza se non nella poesia. Infatti, solamente nella poesia la vera Antonia poteva fuoriuscire ed urlare il suo dolore di vita. Ciò che invece animava la poetessa durante le sue giornate era una seconda anima nata nell’infanzia  che offuscava quella vera, più sensibile, più fragile desiderosa di amore.

Oh, agghiacciarsi ancor più/ esser per gli occhi/ che dalle rive guardano/ solo una lastra lucente, dura –”.

Io/ sotto l’abete/ in pace/ come una cosa della terra,/ come un ciuffo di eriche/ arso dal gelo.”

Un io fragile che aveva deciso di morire, troviamo infatti nei versi sopraccitati la scelta della morte per congelamento, avvenuta il 2 Dicembre del 1938.

La terza parte è destinata a Sylvia Plath (1932-1963), una delle poetesse che ha contribuito alla formazione del genere poetico: poesia confessionale. La poesia della Plath non era libera ma disturbata dalla sua nevrosi, in un istituto psichiatrico infatti le verrà diagnosticato un disturbo bipolare. L’io schiacciato dunque, una poesia che cade sia nell’annientamento sia nella rinascita ma che soccombe per la pressione dei suoi stessi fantasmi e, per questo si pensa alla Plath come poetessa horror. Una poesia che trasforma il quotidiano in puro orrore:

Ed ella cominciò a sperare che morissi./ Allora poté coprire la mia bocca e gli occhi,/ coprirmi interamente,/ ed indossare la mia faccia dipinta come il sarcofago/ d’una mummia/ indossa il volto d’un faraone, anche se è fatto/ di fango e acqua.”

 

Written by Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

(alessia.mocci@hotmail.it)

 

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